Battle Royale – Il futuro del multiplayer è qui?

Scritto il 26.11.2018
da Carlo "Mad_Sound" Apuzzo

Il fenomeno del momento

Il mercato videoludico è sempre stato un campo fertile, o per meglio dire un ottimo laboratorio, dove lasciar correre innovazione e idee originali a ridosso di certi standard che, nel corso di diversi anni, hanno garantito un soffice e sinuoso materasso dove accomodare giocatori, talvolta stanchi, felici del prodotto ricevuto. Da poco tempo a questa parte il comparto multiplayer, sempre più esigente, al punto tale da mostrare i denti per creare degli scenari sportivi competitivi, si è arricchito di un nuovo genere che prende spunto dalle basi di alcune modalità di gioco per migliorarle ‒ o peggiorarle, a seconda del punto di vista ‒ ed offrire un qualcosa di diverso: il battle royale.

Non mi reputo un vero amante del genere. Anzi, a dirla proprio tutta, lo reputo assolutamente inutile ed ogni gioco che si definisce competitivo dovrebbe non rientrare in questa categoria. Ma mettendo da parte il mio ripudio, ho cercato di analizzare il fenomeno del momento, come mi piace definirlo, cercando di estirpare pregi e difetti di una mischia multigiocatore, amata ed odiata allo stesso tempo.

Batlle Royale, tornei

Gli albori

Sotto un certo punto di vista, e mi riferisco prettamente a quello “only online” di alcuni titoli battle royale che vengono offerti oggi sul mercato, credo di dover dare il giusto riconoscimento a quello che forse fu il primo, ma fortemente criticato, tentativo di proporre un qualcosa di esclusivamente multiplayer, escludendo sul nascere qualsiasi riferimento alla campagna in singolo, vera caratteristica dominante di un gioco da eoni a questa parte: Titanfall.

Il progetto di Respawn Entertainment fu un pioniere del settore: sebbene la campagna fosse in realtà presente, questa si mostrava nelle mani di chi giocava come un prodotto prettamente online, dove, di fatto, essa si sviluppava a ridosso di nemici che non erano gestiti da una IA ma che riversavano in un matchmaking casuale.

Personalmente, non nutrii molti dubbi sul gioco: a me piacque molto, ma in effetti seguire le vicende narrative durante uno scontro di fatto senza sosta risultò abbastanza confusionario, al punto tale da non rendermi davvero conto di cosa narrasse la storia e di come questa si stesse sviluppando mano a mano che avanzavo tra i capitoli.

Inutile dire che critica e pubblico non furono proprio entusiasti dell’opera e che il seguito del gioco, Titanfall 2, ritornò alle origini, presentando una campagna classica in single player e con essa un comparto multiplayer dedicato, senza che questo si intrecciasse in alcun modo con la storia.

Ebbene, a mio avviso, Titanfall aprì la mente ad un genere che con il susseguirsi degli anni ha prepotentemente cercato spazio in questo mare, a volte calmo e generoso, altre impetuoso e indomabile. Un genere che ha lanciato quelli che oggi si presentano come esclusive online, anche tra i titoli più blasonati, o che abbracciano totalmente una nuova direzione sfociando nel battle royale.

Battle Royale, Titanfall

L’evoluzione

Passata la paura dell’inventiva, l’evoluzione mediatica ha accettato, e con essa tutto ciò che ne gira attorno, l’idea del nuovo: spesso il cambiamento non è mai visto di buon occhio, sebbene, sul lungo percorso, diventi poi naturale e praticamente insostituibile.

Molti titoli, oggi, hanno abbracciato l’ideologia di abbandonare una classica quanto non rigiocabile campagna single player per produrre un qualcosa di più longevo e competitivo.

Rainbow Six Siege, per arrivare ai recenti Fortnite, PUBG e Call of Duty Black Ops 4 (solo per citarne alcuni), sono i figli di un mercato ludico in continua metamorfosi ed evoluzione, dettato probabilmente dal continuo rincorrersi sui grandi numeri e favorito dal sempre più crescente sistema di streaming.

Questi aspetti, però, non hanno contribuito da soli a far crescere a dismisura il genere dei battle royale, ma hanno giovato della sempre più crescente competitività, tanto che l’aspetto multigiocatore si è costruito attorno negli anni, con tornei ufficiali, fama e ricchi premi per i più valorosi.

L’essere parte di un team, soprattutto tra i più giovani, ha contribuito ad uno stabile meccanismo nel quale le software house hanno investito risorse, sempre maggiori, per ritagliarsi la propria fetta di notorietà e pubblicità.

Il battle royalemigliora sotto certi aspetti una modalità che, in larga intesa, esiste già da tempo: il classico tutti contro tutti. Questo tipo di scontro, come molti di voi sapranno, altro non consiste nel creare una vera e propria mischia dove non esistono alleati né tantomeno compagni di squadra. Una carneficina dura e cruda dove un solo vincitore è atteso sul podio.

Ma allora come si differenzia il battle royale? Molto semplice: nel nuovo genere di mischia, a differenza del tutti contro tutti in cui ogni giocatore dispone di un personaggio ben definito, i giocatori in sostanza partono tutti da un punto base per così dire “morto“, dove il personaggio non possiede alcuna arma, abilità o special.

Lanciati in una mappa abbastanza grande da contenere un numero congruo di partecipanti, i giocatori dovranno fare ricorso ad un vero e proprio spirito di sopravvivenza, rovistando e cercando sul campo ogni oggetto o armamentario utile al combattimento. La mappa, a scadenze regolari, si stringerà sempre più al fine di costringere i giocatori allo scontro, che siano pronti oppure no.

In sostanza, la battle royale consta di queste caratteristiche, le quali possono variare nel dettaglio a seconda del titolo, ma che nel complesso si presentano con lo stesso succo: creare sul campo il proprio personaggio, scuotendo le abilità del giocatore sotto diversi aspetti e non solo quello del punta e spara, tipico scenario dei maggiori FPS/TPS multiplayer.

Battle Royale, tornei

Il futuro è qui?

Di recente, alcuni titoli hanno annunciato l’inserimento di una modalità battle royale all’interno del proprio comparto multiplayer, sfruttando al massimo la moda del momento al fine di non lasciare che il proprio acquirente navighi su altri lidi, spinto dal senso di nuovo o, semplicemente, dalla moda del momento.

Tal segno, mescolato alla natura prettamente online di questi giochi che in tempi non sospetti avrebbe potuto non vedere la luce, potrebbero fare da padrona al nuovo genere concorrenziale che viviamo in questi giorni, segnando definitivamente il futuro mercato online. Le stime, ovviamente, sono in positivo, visti i numeri di alcune piattaforme per lo streaming che propongono in bella vista il battle royale.

Piace? Non piace? questo è in realtà un dilemma; una vera spaccatura tra chi, come me, vecchio giocatore, apprezza un solido single player attorniato dalla campagna online e tra un giovane corridore in cerca di nuovo, fama e successo.

Il lavoro svolto nell’ombra dalle aziende ha sicuramente innestato una marcia in più che ha velocizzato la diffusione di questo genere, entrando di soppiatto nella psicologia umana proponendo un supporto che a tanti può sembrare scontato, ma che in realtà ha una direzione ben definita. Basti pensare al recente aggiornamento subito da Fortnite, nel quale è stata inserita una skin pensata da un fan del gioco. Inutile pensare l’impatto mediatico generato.

La conclusione, per non farla troppo lunga, è che spesso il mercato videoludico ed i suoi consumatori sono esseri così diversi e strani. Anni fa era impensabile creare un prodotto scadente sotto l’aspetto grafico: la sua dipartita sarebbe nata prima ancora di sfociare sul mercato, scatenando un ammasso di critiche negative indipendentemente dalla mole di divertimento, storia o attività che il titolo stesso avrebbe potuto contenere.

Oggi, lo scenario è cambiato. Senza un vero motivo, aggiungerei. Per quanto semplici, i battle royale stanno raggiungendo una grossa fetta di utenza, anche laddove l’evidente crollo di stabilità sia praticamente innegabile. Anche sacrificando, a mio dire, un capitolo di una serie molto apprezzata, come quello di Call of Duty: Black Ops 4, pur di seguire la massa o, quanto meno, di tentare di sbaragliare la concorrenza con il nome più blasonato.

La mia idea è tra queste righe. Se siete arrivati alla fine dell’articolo vi sarete fatti un’opinione su come la penso. Adesso, cari lettori, a voi la parola.

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