Death Stranding – Vi raccontiamo il finale

A quasi un mese di distanza dal rilascio ufficiale, è finalmente giunto il momento di raccontarvi, senza peli sulla lingua, l’incredibile finale di Death Stranding.

Scritto il 30.11.2019
da Antonio Rodo

Libero da ogni vincolo, Hideo Kojima, con Death Stranding, ha avuto modo di sfogare tutta la sua immensa creatività, modellando un universo che difficilmente svanirà dalle nostre menti. Infatti, nonostante sia pressoché impossibile pensare che una sola produzione – in questo caso, Death Stranding – possa sbaragliare un’intera epopea chiamata Metal Gear, è anche vero che l’ultimo lavoro del creativo giapponese ha fatto di tutto per imporsi in cima alla vetta. Motivo per cui, secondo noi, è davvero il miglior gioco prodotto da questo talentuoso team; quello più introspettivo, personale, profondo ed importante. Come già accaduto qualche mese fa con la pellicola di Quentin Tarantino (C’era una volta Hollywood), l’ultimo lavoro di Hideo fa lo stesso: segue le idee dell’autore, sbattendosene di dover per forza piacere a tutti e diventando una delle produzioni meno commerciali – seppur caratterizzata da un notevole budget – degli ultimi anni.

Quindi, stavolta non più impauriti dal pericolo spoiler, a briglia sciolta vi raccontiamo la trama, ma più precisamente l’atto finale di questa immensa, meravigliosa e coraggiosa opera. Inutile dirlo, seguiranno moltissimi spoiler. Per un giudizio privo di rivelazioni sulla trama, vi consigliamo di leggere la nostra recensione.

Vivere non è diverso dall'essere morti, se si è completamente soli.
Vivere non è diverso dall’essere morti, se si è completamente soli.

Bridget e la sua dualità

A differenza di molte pellicole, serie televisive o altri videogiochi, per raccontare il finale di Death Stranding è necessario fare un bel passo indietro, posizionandoci, addirittura, persino alle battute iniziali.

Uno dei primissimi plot twist che ci preme mettere alla luce è infatti quello legato a Bridget e alla sua doppia personalità. Per quasi l’intero viaggio, Amelie non farà altro che ricordarci il nostro unico e solo obiettivo: raggiungere la costa ovest del continente, muovendoci all’interno di un’America irriconoscibile, riconnettendo il paese. Infine, e non per importanza, salvarla dalle grinfie degli Homo Demens. Ma c’è un dettaglio, anzi ben due, che i giocatori più attenti potrebbero notare ancor prima che il gioco sveli le proprie carte. Partiamo dal primo indizio, spostandoci nella camera presidenziale, nella scena in cui Sam e la matrigna Bridget – nonché presidente degli Stati Uniti – conversano per l’ultima volta. Il dialogo tra i due è a dir poco movimentato: Sam le ricorda che la sua America è ridotta male, e lei, con le sue ultime forze, sigla un contratto con lui, marchiandogli la mano destra. Poco prima di abbandonare per sempre il mondo a causa di un cancro all’utero ormai incurabile, sospira le sue ultime parole: Sam, ti aspetterò sulla spiaggia. Proprio nell’instante nel quale pronuncia la frase, a schermo appare il volto di Amelie, quasi a voler far scattare il campanello dall’allarme ai giocatori. Come se non bastasse, qualche minuto più tardi, durante la sequenza “briefing”, il chiralgramma di Amelie ci informa che è tenuta prigioniera da un gruppo di separatisti, ma che il suo corpo è sulla spiaggia; inoltre, può in qualsiasi momento conversare con chi desidera. Un modo piuttosto strano di essere tenuti prigionieri, non trovate? E perché il suo volto appare durante l’ultima conversazione con Bridget?

Sono sulla spiaggia, Sam, la nostra spiaggia. Vieni a cercarmi.

Togliamoci questo dente avvelenato, svelandovi il colpo di scena: Amelie e Bridget sono in realtà la stessa persona: la prima rappresenta l’anima (KA) e la seconda il corpo (HA). Ella è sempre stata intrappolata sulla spiaggia, ed il suo unico contatto fisico con il mondo esterno l’ha avuto con Sam. Quindi, in realtà, non è mai stata tenuta prigioniera e la nostra missione non è altro che un’enorme menzogna. Connettere la rete chirale, però, è l’unico vero obiettivo che conta davvero, ma Sam, tuttavia, senza una motivazione dettata da legami affettivi, non l’avrebbe mai consacrato. Ecco spiegata la motivazione dietro la bugia ed il fatto che il nostro, non è affatto un viaggio a vuoto: l’attivazione della rete è indispensabile, il mondo ne ha davvero bisogno.

All’interno del cosiddetto mondo dei vivi, Bridget, prima della sua malattia, desiderava espandere il più possibile la rete, perché capace di unire le spiagge ed accumulare tutte le informazioni dell’intera storia dell’uomo. Così facendo, però, creò la prima grande voragine, conosciuta come “distruzione di Manhattan.” In questo modo, il mondo dei morti si fuse con quello dei vivi, e si popolò di CA. Da questa catastrofe, nacque l’idea dei Bridge Baby, bambini ponte capaci di connettersi con l’altra parte. Il primo esperimento fu il figlio – o meglio, il feto – di un Soldato, Cliff, quell’uomo misterioso i cui ricordi ci invadono ogni qual volta usciamo dalla stanza privata e ci connettiamo al BB.

Tu riunisci le persone. Tu sei un ponte…per il loro futuro. E per il mio.

L’identità del primo BB e la nascita del fenomeno Death Stranding

Un altro grande colpo di scena è la scoperta della personalità che si cela dietro il primo Bambino ponte, quel feto intrappolato all’interno di una capsula che Cliff visita di continuo. Ebbene, il pargolo è proprio il nostro protagonista, Sam, che divenne un “riemerso” quando suo padre, ormai ridotto in fin di vita, lo estrasse dalla capsula e una pallottola lo colpì a morte, scatenando, inconsapevolmente, il Death Stranding. Dopo la morte, riemergendo, ovvero ritornando nel mondo dei vivi, Sam scatenò una frattura: diede origine alla necrosi, oltre ad una serie di violentissime voragini, riducendo il mondo e L’America, in una landa desolata terrificante; un evento che cambiò profondamente la vita sulla terra. L’umanità divenne infatti asessuata. Nessuno era più disposto ad intraprendere relazioni o provava attrazione fisica nei confronti di qualcuno. Seguirono poi altre complicazioni, ossia la cronopioggia e le dooms: la prima è in grado di accelerare il processo di invecchiamento degli oggetti e delle persone; la seconda concede al mal capitato, capacità ultraterrene che consentono la comunicazione – letteralmente – con l’altra parte.

In tutto ciò, Sam, cresciuto sotto la custodia della presidente, la quale vide in lui l’ancora di salvezza, lavorava per la Bridges, perlomeno fino al giorno in cui decise di “rompere” i legami, abbandonando tutto e tutti. La causa scatenante di questa importante decisione, fu la moglie, una donna di nome Lucy da sempre perseguitata da terribili visioni sul destino dell’umanità che, piano piano, la portarono al suicido, con in grembo una bambina il cui nome era già stato deciso: si sarebbe dovuta chiamare Louise.

Nel frattempo, Amelie, intrappolata sulla spiaggia iniziava a comprendere il suo obiettivo, ovvero quello di preservare la vita, impedendo la sesta estinzione, un male indescrivibile rappresentato fisicamente da lei.

Game over!

Arrivati a questo punto, è il momento di far entrare nel vivo della discussione anche Peter Henglert, meglio conosciuto all’interno del racconto con il nome “Higgs.” Egli è un uomo alquanto strano e particolare, il suo passato non è dei migliori: suo padre lo picchiava di continuo e, un giorno, per porre fine a questi maltrattamenti, Peter finì per eliminarlo con le sue stesse mani. Cresciuto come un lupo solitario, voleva semplicemente trovare un ruolo da interpretare, che lo potesse far sentire utile, parte di qualcosa. Per questo motivo si unì alla Fragile Express, poiché affascinato dalla leader, Fragile, la quale contribuiva alla ricostruzione del paese e portava avanti l’azienda di famiglia.

Higgs, essendo un notevole portatore Dooms, è in grado di comunicare con l’altra parte. Ecco quindi che fa un incontro a dir poco importante, di quelli che stravolgono per sempre la tua vita: incontra Amelie, che decide sin da subito di utilizzarlo per scatenare il Last Stranding, ossia la sesta estinzione, quella che dovrebbe neutralizzare ogni forma di vita. Va precisato che Amelie non è solamente una “figura negativa.” La sua dualità la spinge ad avere ben due idee differenti: la prima vorrebbe che la vita svanisse via per sempre; la seconda (e qui entra in gioco il piano di Bridget), invece, rimandare “l’inevitabile.” È una vera e propria lotta interiore.

L’importanza dei legami.

Il messaggio

Se n’è parlato moltissimo, per settimane, mesi. Death Stranding è un’opera che porta con sé un messaggio profondo: quello di riunirci, di collegarci alle persone che più amiamo, dell’importanza che ha creare un legame. Tutto questo all’interno del gioco viene comunicato attraverso l’abbraccio, un gesto caloroso e affettivo. Sono infatti tantissime le scene che ce lo fanno intuire: le più significative sono quelle con il soldato, nonché papà di Sam, Cliff. Ogni battaglia che ci vede alle prese con questa sorta di incubo infernale, un loop di guerra e distruzione inarrestabili, si conclude con un abbraccio, un gesto pacifista che pone fine al disturbante sogno. Altro momento culmine che esprime appieno il messaggio, è l’abbraccio tra Sam e Amelie, nel momento in cui il protagonista si ritrova a dover decidere il futuro dell’umanità. Una decisione, la sua, che allontana Amelie e la sua spiaggia dal mondo dei vivi, e lo costringe a vagare per sempre in un limbo, preservando, però, la vita, senza poterci fare ritorno. Ma sarà grazie ai legami stretti durante il cammino, ovvero Fragile, Deadman, Heartman e Maligen – ormai fusa con la sorella, Mama – che Sam farà il suo ritorno.

La fine

Purtroppo, le grandi rivelazioni sono finite, ciò che rimane da raccontare è un viaggio talmente straziante da vivere in prima persona, che diventa impossibile da trasmettere testualmente. Ci stiamo ovviamente riferendo all’ultima consegna del gioco, quella in cui dovremo portare all’inceneritore il nostro amatissimo BB che, tra l’altro, ad un certo punto della storia, Sam comincerà a chiamare Lou, senza confessarlo a noi giocatori. Un’ultima traversata, quindi, accompagnata dall’imponente traccia musicale di Ludvig Forssell, che culmina in una sequenza finale – ci riferiamo proprio agli ultimi istanti – fra le più espressive e comunicative della storia del medium: quel momento meraviglioso in cui Sam, preso dal panico estrae il feto dalla capsula, lo stringe a sé e si incammina sotto una pioggia che, finalmente, non ci danneggia più.

A nostro avviso è impossibile sviluppare un seguito di Death Stranding, ma siamo curiosi, a questo punto, di conoscere le vostre impressioni. Fatecele sapere nei commenti. Per il resto, non possiamo che augurare lunga vita al team di Kojima. Non vediamo l’ora di vivere la loro prossima opera.

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