Erano davvero meglio i videogiochi di una volta?

Scritto il 25.03.2019
da Ismaele "Isma92" Mosca

Analisi sull’eterno dilemma del videogiocatore

Quante volte avete letto o sentito questa esclamazione? “I videogiochi di oggi sono senz’anima. Meglio quelli di una volta.” Stesse parole che potete riscontrare anche in occasione di anime, manga e quant’altro (o anche da parte dei vecchi che si lamentano dei giovani di oggi che a loro volta venivano criticati quand’erano ragazzi dagli anziani di allora). Basta farsi un giro su YouTube, selezionare una delle sigle italiane di qualche vecchio cartone animato che guardavamo insieme a Bim Bum Bam o affini e troverete una marea di utenti sostenere ciò. Commenti di persone che vivono ormai in un passato lontano e che non hanno saputo probabilmente accettare l’evoluzione e il progresso, restando ancorate nei loro ricordi intrisi di nostalgia. Eppure, un fondo di verità c’è in quel che dicono? Restando in tema videogiochi, per non allargare troppo il discorso a tutti i medium di intrattenimento, erano davvero migliori quelli di un tempo? O è solo la nostalgia canaglia a parlare? Con questo articolo, vogliamo stabilire proprio questo (o perlomeno ci proviamo).

Erano davvero meglio i videogiochi di una volta? - Super Mario Bros. 3

Evoluzione tecnologica

I videogiochi si sono evoluti. Son cambiati e molti generi sono ormai quasi del tutto spariti, trovando vita in alcune produzioni indie. Ciò è sicuramente un dato di fatto, così com’è cambiato il modo di sviluppare e concepire il gaming. Avevamo già parlato di questo, nell’articolo appena linkato. Tuttavia, non abbiamo affrontato l’argomento. Siam qui per farlo oggi. Ammetto che alcune esperienze videoludiche del passato hanno lasciato un segno indelebile nel mio cuore. La mia carta di identità dice che sono classe ’92, ma nonostante tutto ho vissuto sulla mia pelle il progresso evolutivo dei videogiochi e della tecnologia in generale.

Ricordo perfettamente l’epoca in cui per ascoltare una canzone era necessario munirsi di stereo e musicassetta o aspettare che dessero proprio quella alla radio o su MTV, quella del soffio nelle cartucce così come il linguaggio SMS nato apposta per risparmiare soldi nell’invio dei messaggi alla propria fidanzatina o agli amici (prima ancora che arrivassero le promo “1000 minuti e 1000 SMS”); i tempi dello squillo per far capire a chi di dovere che la stavi pensando, delle VHS sacrificate per registrare gli episodi di Dragon Ball Z che puntualmente perdevi causa scuola. Ricordo anche i tempi in cui i cellulari erano dei mattoni (ne aveva uno pure mio padre e, nonostante tutto, si sentivano da dio quei telefoni) fino a che non ne hanno fatti sempre di più piccoli (da cui è nata la denominazione, “telefonino”) e dei videogiochi per computer dati con i cereali; di quando internet era per pochi (io ci sono arrivato un po’ tardi, nel 2007) e gli eletti spendevano fior di quattrini per connessioni a 56k che per aprire una pagina internet impiegavano un’eternità e nel frattempo potevano farsi una partita al mitico Prato Fiorito o al Solitario.

Potrei continuare ancora, ma direi che posso fermarmi qui. Nel momento in cui ripensate a ciò, cosa viene in mente prima di tutto? Esatto, la magica frase “erano bei tempi” (fermi, non pensate ai video di Nocoldiz). Ma perché dovrebbero essere bei tempi quando adesso per fare tutte le cose di cui sopra basta un tocco sullo smartphone? Semplice: si chiama nostalgia. Proprio lei ci fa sembrare tutto più bello. Certo, potremmo filosoficamente associare la magia a quelle vecchie operazioni, così come al fascino di una lettera scritta a penna contro un “freddo” messaggio in una chat. Ciononostante, la comodità che abbiamo oggi è palese e non venitemi a dire che era meglio prima, quando tutti utilizziamo app di messaggistica e non stiamo di certo ad inviare lettere al malcapitato di turno (se non in precise circostanze, magari anche volute, per ricreare l’atmosfera del passato).

Dopotutto, il progresso è ciò che noi abbiamo consacrato, avendo fatto entrare nelle nostre vite tutto quello che attualmente utilizziamo. Il motivo per cui non c’è magia rispetto al passato? In primis, son comunque i ricordi a determinarla e quando facciamo qualcosa di “vecchio” proviamo un senso di appagamento soltanto perché associamo quell’operazione ai nostri ricordi. In secondo luogo, ottenere tutto e subito con un click ed essere sommersi di cose non è magico per niente. Di certo era più affascinante aspettare che la propria canzone preferita venisse trasmessa alla radio e che per trovare delle informazioni dovevi spulciare libri ed enciclopedie varie. Entrambe le operazioni oggi le facciamo con un tocco dallo stesso dispositivo. Indubbiamente più comodo, ma meno affascinante proprio per questo, perché all’atto pratico non c’è “sforzo”.

Erano davvero meglio i videogiochi di una volta? - Legacy of Kain: Soul Reaver

E i videogiochi?

Quanto son belle le digressioni, vero? Potrei essere il pupillo di Victor Hugo, se solo fosse ancora vivo (certo, avrebbe qualcosa come oltre duecento anni, ma dettagli). Lo scenario appena descritto è però servito ad uno scopo: introdurvi all’argomento che vogliamo affrontare per ricordarvi come molti pensieri siano vittime della nostalgia. Così com’è vero che molti videogiochi siano ancora oggi immortali, è altrettanto vero che ai tempi eravamo di bocca buona, apprezzando o addirittura amando titoli scarsamente belli (per usare un eufemismo).

Mi sembra proprio il caso di dirlo, citando una nota pagina Facebook: “ma che ne sanno i 2000?”, sì… degli anime castrati e massacrati dalle censure e dagli adattamenti, dei videogiochi penosi ed osceni a 50Hz (solo per noi europei), ma anche opere videoludiche e non da far accapponare la pelle. Non che oggi non ci siano prodotti osceni, ma bisogna ammettere che il livello qualitativo è comunque mediamente più alto. Poi però penso a Super Metroid, alla perla che è tuttora e di come il genere dei metroidvania sia ormai solo relegato agli indie, mentre nelle tre dimensioni bisogna attendere appunto Metroid Prime 4 mentre ben pochi titoli hanno una struttura di level up e backtracking che ricordi il genere in questione. Ma soprattutto penso a Super Metroid e di quanto fosse avanti ai tempi e come ancora oggi faccia letteralmente il culo ad una moltitudine infinita di produzioni odierne. Ed è così che si finisce nell’eterna indecisione, non riuscendo mai a stabilire cosa sia meglio. Forse perché è impossibile trovare una risposta concreta.

Riprendendo il discorso dei videogiochi senz’anima, sfatiamo un altro mito: non è che negli anni ’80 e ’90 le software house sviluppassero titoli per sola passione. Può sembrare che oggi essa venga meno a favore della produttività, ma è anche vero che i costi per realizzare tripla A siano incrementati a dismisura e mantenere studi di sviluppo enormi non è di certo cosa semplice (ne abbiamo parlato anche un po’ qui).

Creare videogiochi è un lavoro, oggi come allora. E così come si pensava al tornaconto ieri, lo si fa pure attualmente. Da questo punto di vista non è cambiato assolutamente nulla. Se una saga trentennale come Super Mario oggi è ancora viva e vegeta è perché Nintendo ha il suo tornaconto economico, cosa che magari con F-Zero non riscontra, tanto per citare una delle loro magnifiche IP. Io per primo vorrei un capitolo odierno di questa saga e maledico la grande N poiché puntualmente non lo fa, ma la realtà è che forse non sono sicuri di coprire i costi di sviluppo per la realizzazione di un episodio inedito.

Quello che però possiamo criticare è come molti generi siano ormai un lontano ricordo, stesso dicasi per un certo modo di sviluppare videogiochi, caratteristico di un’epoca che non ci appartiene più. La cosiddetta old school. Se non fosse per il mercato indie, la varietà offerta dalle grandi produzioni sarebbe effettivamente poca roba. Indubbiamente, molti di questi sono gran gioconi. Io stesso ho adorato alla follia capolavori del calibro di The Legend of Zelda: Breath of the Wild e Red Dead Redemption 2, ma raramente si vedono produzioni che cercano di proporre esperienze di gioco totalmente diverse. Un po’ forse Nintendo cerca di farlo, affidandosi ad un target tutto suo, mentre Sony e Microsoft percorrono la via della potenza, dei trend attuali, e nel frattempo anche un colosso come Google scende in pista con il suo servizio, Google Stadia.

Erano davvero meglio i videogiochi di una volta? - Ninja Gaiden Black

Insomma, la concorrenza si fa più spietata che mai, tanto che Nintendo e Microsoft hanno deciso di unire le proprie forze per delle collaborazioni (un primo esempio è Cuphead su Switch). Questi nuovi servizi streaming muteranno ulteriormente il modo di concepire e sviluppare videogiochi e di conseguenza anche la natura e il modo di usufruire degli stessi. Non per altro, basta fare un giro sui social per trovare indignati (di solito over 30 o 40) che aborrano tutto ciò, sostenendo che tanto hanno una caterva infinita di retrogame da giocare e sono a posto per tutta la loro vita.

Proprio perché prima c’era una varietà più massiccia di esperienze ludiche, complice anche le tecnologie meno esigenti, non posso non ricordare titoli come Sutte Hakkun, Palamedes, God Hand, Shin Nekketsu Kouha: Kunio-tachi no Banka, Silent Bomber, Tall Infinity: The Tower of Wisdom, Pandemonium e potrei continuare ad oltranza. Badate bene che nessuno di quelli citati è un capolavoro assoluto. Li ho riportati più che altro per evidenziare come siano tutti titoli incredibilmente caratteristici e di generi ormai scomparsi (sempre prendendo in considerazione i tripla A): beat’em up, puzzle platform, puzzle game, platform. Giusto il genere action è ancora vivo e vegeto; sebbene Silent Bomber appartenga a questa categoria, si tratta comunque di un titolo sostanzialmente diverso rispetto agli standard odierni. Non migliore, ma comunque peculiare.

Qualcuno potrebbe avere da ridire sui platform, ma a parte saghe storiche come Rayman, Super Mario e Donkey Kong è un genere che sia in due che in tre dimensioni ormai non offre più la varietà di un tempo. Prendendo pure saghe ancora vive e vegete, molte non sono più quelle di una volta. Mi viene subito in mente Devil May Cry che da ibrido tra hack ‘n slash e survival horror è diventato ormai un action a tutto tondo e stop (nella recensione abbiamo lamentato proprio questo). Per non parlare di Ninja Gaiden Black che elevava all’ennesima potenza la formula della perla di Hideki Kamiya. Tomonobu Itagaki con quel titolo ha consacrato il suo talento. Un hack ‘n slash che è pure un action adventure.

Potremmo buttarci dentro pure la saga di Onimusha o lo stesso God of War (l’ultimo capitolo è una nuova esperienza di gioco; tanto da non definirlo un action hack ‘n slash puro come da origini del brand, bensì più un action adventure). Oggi quando esce un hack ‘n slash ci gasiamo per tutte le possibilità che il combat system offre. Io stesso mi sono esaltato con Devil May Cry 5, ma che fine ha fatto tutto il resto? Tutte le potenzialità che potevamo riscontrare nei primi capitoli delle saghe appena menzionate?

Oggi è indubbio che si sia cercato di racchiudere più o meno tutto in un solo macrogenere, tendenzialmente quello degli open world. Eppure non è la stessa cosa. Un’esperienza simile a quella di Legacy of Kain: Soul Reaver, un open world non può offrirla. Proprio per questo sono comunque stato felice del nuovo God of War, poiché, in maniera evoluta, mi ha riportato alla mente proprio quella concezione di action adventure tipica della bellissima serie (ormai scomparsa) di Crystal Dynamics. E soprattutto perché Cory Barlog e compagni hanno mandato al diavolo la componente open world, offrendone una più tradizionale.

E scusate se a lamentarmi sono proprio io che ho adorato la meravigliosa Hyrule realizzata da Nintendo e l’epopea Western di Rockstar, ma quantomeno hanno alzato l’asticella del macrogenere in questione, portando una ventata di freschezza; sostanzialmente gli open world degli ultimi anni son tutti dannatamente simili tra loro, ludicamente parlando. E un po’ avevano stufato.

Erano davvero meglio i videogiochi di una volta? - Metal Gear Solid 4

In definitiva

Sono finiti i tempi dell’Atari 2600, di Enduro, Kaboom! e H.E.R.O. (Helicopter Emergency Rescue Operation) e degli hack ‘n slash che erano pure qualcosa in più. Di quelle produzioni esilaranti come Billy Hatcher and the Giant Egg o Ape Escape. Di picchiaduro a scorrimento come God Hand che aveva portato un genere prevalentemente arcade e adatto al 2D nella terza dimensione. Dei platform 3D che continuano a vivere solo con Super Mario, seppur non sia un vero e proprio collectathon (tipologia di platform nati con Banjo-Kazooie). Di Lufia II: Rise of the Sinistrals che introduceva in un J-RPG classico elementi à la Zelda. Per non parlare del mitico Tenchu e proprio adesso che tutti siete presi con Sekiro dovreste andare a rispolverare (o riscoprire) o dei primi capitoli di Tomb Raider che pur essendo il legno nelle meccaniche già ai tempi, offrivano comunque esperienze efficacemente caratteristiche. Degli ibridi RPG e survival horror come Parasite Eve o Koudelka.

Per fortuna ci pensano Suda51 e pochi altri a proporre opere stravaganti (talvolta fuori di testa); il cosiddetto videogioco d’autore. Sono però una goccia nel mare, considerando che prima prodotti peculiari ed esilaranti erano all’ordine del giorno. Basti pensare a Hamelin no Violin oppure Youkai Buster: Ruka no Daibouken, entrambi per Super Famicom (tanto per citarne due). Qualcuno si starà chiedendo che roba sia e ve lo spiego: nel primo bisogna sfruttare delle meccaniche legate al violino per attaccare i nemici e superare svariate sezioni platform o piccoli rompicapo con una varietà impressionante di situazioni di gioco; nel secondo, invece, il giocatore si farà strada portando con sé la testa di un demone decapitato che sfrutterà per aspirare nemici o proiettili vari e riutilizzarli per attaccare, oppure per volare e raggiungere piattaforme lontane e molto altro.

Penso a quanto appena scritto e istintivamente mi verrebbe quasi da schierarmi dalla parte dei vecchi scorbutici che sostengono fosse tutto meglio prima, non sentendo ragioni, schiavo della nostalgia. Poi però ricordo le esperienze che mi hanno regalato The Legend of Zelda: Breath of the Wild, Red Dead Redemption 2 (e il primo), Super Mario Odyssey, The Witcher III, God of War, Metal Gear Solid 4, Dead Space, Uncharted 2, The Last of Us (giocato a difficoltà Realismo, perché la prima volta non mi entusiasmò così tanto) e anche diamanti grezzi come ReCore e Sunset Overdrive (che provano ad essere proprio più old school nell’essenza ludica). E soprattutto penso a titoli in arrivo del calibro di Death Stranding, Cyberpunk 2077 e The Last of Us: Part II e di come la qualità oggi sia comunque più alta, trovando difficilmente il gioco che fa davvero schifo (in passato erano molto più frequenti).

Messa così, i ricordi e la nostalgia finiscono un attimo da parte e comprendo il fantastico periodo storico che stiamo vivendo oggi e di come siamo fortunati, tanto da pensar quasi che i videogiochi di adesso siano migliori… ma all’improvviso mi vengono in mente quei capolavori come Chrono Trigger, DoReMi Fantasy: Milon no DokiDoki Daibouken, Super Mario Bros. 3, The Legend of Zelda: Ocarina of Time, A Link to the Past, The Wind Waker e Link’s Awakening, il primissimo God of War, Shenmue, Devil May Cry, Ninja Gaiden Black, Yoshi’s Island, Biohazard 4Super Mario 64, ICO, Metal Gear Solid e sono di nuovo titubante. Dannazione, se si è VERAMENTE appassionati è impossibile schierarsi.

La verità è che ogni epoca ha le sue meraviglie, così come ogni console i suoi capolavori (motivo per il quale trovo aberrante patteggiare per una piattaforma piuttosto che l’altra a mo’ di ultras allo stadio). Pertanto non c’è un meglio prima o dopo. C’è la passione per i videogiochi. Noi con un pad in mano che viviamo vere e proprie esperienze, spesso anche travolgenti e che segnano il nostro essere videogiocatori. Basta solo questo. Godere del videogioco come espressione e forma d’arte, ma anche per quel che è: un sistema di intrattenimento. Rispondendo quindi alla domanda dell’articolo, non è né un sì, né un no. Importante è riconoscere quello che è stato per apprezzare ciò che è e sarà, senza però mai dimenticare il passato. Quella che stiamo vivendo è una splendida epoca per noi videogiocatori, ma i capolavori di una volta restano comunque tali, insieme a quelli di oggi (chiaramente). La passione, in fondo, non ha tempo.

Red Dead Redemption 2 - Open World Red Dead Online videogiochi

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