Filippo Facchetti e Prince of Persia

Scritto il 18.04.2020
da Filippo Facchetti
Prince of Persia

Sabbia, trappole e duelli, in una torrida estate romana

Scrivo di videogiochi da circa 15 anni. Anni durante i quali ho cercato di trasmettere la mia passione per un fenomeno ormai apprezzato da tutti, passando dalla carta stampata all’online, con brevi tappe su radio e televisione. Ho scoperto i videogiochi quando ero un bambino avido di sogni e avventure. L’ho fatto grazie a mio padre, un informatico che mi regalò un fantastico Commodore 64 nell’amorevole tentativo di farmi avvicinare alla programmazione. Con suo sommo dispiacere, la scrittura di codice informatico non è mai stata nelle mie corde, ma con i cosiddetti giochi elettronici fu amore a prima vista.

Dalla scintilla nata con le prime cassette pirata vendute in edicola è divampato un incendio che mi accompagna ancora oggi, durante le sessioni da solo o in compagnia di mia figlia. Perché scrivo tutto questo? Perché a partire da quest’articolo, condividerò le mie esperienze, passate, presenti e future, anche su TopGamer. Chi mi ha seguito nel corso degli anni sa bene che il mio cavallo di battaglia sono i picchiaduro, ma sono sempre stato un giocatore versatile.

Ho infatti deciso di dedicare il primo pezzo di questa nuova collaborazione a Prince of Persia, titolo che ha ben poco a che spartire con Street Fighter o Final Fight. Perché? Prima di tutto perché questa gemma di Jordan Mechner è ancora oggi un’esperienza incredibile. In secondo luogo, perché è l’unico gioco che ho vissuto insieme a mio padre. Un punto di contatto giunto in modo inaspettato e che ricordo ancora oggi con un sorriso.

Un trionfo di trappole, esplorazione, segreti e combattimenti.

Le magie del rotoscoping

Non ricordo la data esatta in cui scoprii Prince of Persia. Il gioco uscì nel 1989, ma considerando che lo giocai per la prima volta in ufficio da mio padre, dubito di averlo avuto a disposizione al lancio. Oltretutto, la versione PC venne pubblicata solo nel 1990. In quel periodo frequentavo le medie e durante le vacanze estive andai per qualche giorno al lavoro con mio padre, allontanandomi dai giochi di ruolo e dai videogiochi con cui passavo normalmente il tempo insieme agli amici. Amavo disegnare e per un po’ riuscii a sopravvivere alla noia scarabocchiando qualcosa e sperimentando colorazioni improbabili con gli evidenziatori.

Dopo qualche ora, però, iniziai a vagare nei corridoi alla ricerca di qualcosa da fare. Fu in quel momento che mio padre decise di caricare Prince of Persia su un vecchio PC inutilizzato. Non so come facesse ad avere una copia del gioco per MS-DOS e francamente non mi interessa. So solo che quando sul piccolo monitor a fosfori verdi comparvero le prime immagini, ne rimasi affascinato.

Avevo giocato tantissimi titoli, ma non mi ero mai trovato di fronte ad animazioni così fluide e naturali. Il principe protagonista correva con incredibile naturalezza e si esibiva in eleganti gesti atletici che non mi stancavo mai di guardare. Scoprii solo più avanti che era tutto merito di una tecnica chiamata rotoscoping, che ricalcava i filmati di persone reali per generare i frame delle animazioni. Nel caso di Prince of Persia, in particolare, a fare da modello per le movenze del principe era stato il fratello quindicenne di Jordan Mechner!

La nascita delle animazioni del principe

Corsa contro il tempo

Il primo giorno presi confidenza con il sistema di controllo. Normalmente usavo il joystick e ci misi un po’ ad abituarmi alla tastiera. Grazie al principe, la giornata passò in un lampo e tornai a casa con una voglia matta di andare di nuovo in ufficio il giorno seguente, per salvare la povera principessa. Sessione dopo sessione, enigma dopo enigma, mi appassionai sempre di più all’incredibile lavoro di Jordan Mechner.

Quando saltai per la prima volta attraverso lo specchio separando il principe dal suo lato oscuro, mi accorsi che mio padre si era fermato lì accanto e che guardava con interesse il gioco. Rimasi sorpreso, perché per la prima volta lo sentivo lodare qualcosa che aveva sempre osservato con grande distacco. Da bravo tecnico, i suoi commenti coinvolgevano principalmente le animazioni e il level design, anche perché la componente narrativa non era certo il pezzo forte del gioco. Ripensandoci adesso, la storia di Prince of Persia è forse l’elemento che più ha sofferto lo scorrere del tempo. Mentre in passato le storie a base di grandi eroi che salvavano ragazze indifese erano la normalità, oggi le cose sono molto diverse.

Nei videogiochi, ma più in generale nella narrazione tutta, è ormai pieno di personaggi femminili forti e la divisione dei ruoli non è più vincolata al genere. La caratterizzazione di eroi ed eroine è ora molto più fluida, così come la gestione della sessualità. Va però detto che quello di Prince of Persia era un semplice canovaccio studiato per dare uno scopo al giocatore, partendo da uno spunto affascinante come Le mille e una notte.

A rendere unica l’esperienza del gioco di Mechner fu proprio la commistione di elementi in perfetto equilibrio tra loro. In poche linee di codice erano condensate una forte componente esplorativa, appassionanti duelli a fil di spada, intense sequenze platform ed enigmi misteriosi, con tanto di risvolti psicologici. Il tutto era amalgamato a dovere dalla presenza di un limite di tempo per portare a termine la missione. L’avventura si poteva completare con tutta calma, ma giungendo a destinazione dopo che l’ultimo granello di sabbia era sceso nella clessidra incantata del visir Jaffar, si piombava in una fredda stanza vuota. L’unico modo per assistere alla scena finale, il ricongiungimento tra il protagonista e la sua amata, era attraversare le prigioni e il palazzo in meno di un’ora.

La vita del principe era sempre appesa a un filo.

Un frammento di storia

Durante quell’estate bizzarra non salvai la principessa. La abbandonai al suo triste destino, incapace di raggiungerla prima dello scadere del tempo. Per completare l’opera dovetti attendere fino all’uscita del gioco su Super Nintendo, che custodisco ancora oggi gelosamente. Nonostante questo, il gioco ha trovato un posto speciale nel mio cuore, ancorandosi a un ricordo felice in compagnia di mio padre.

Chi non ha mai avuto il piacere di giocare Prince of Persia, quindi, dovrebbe recuperarlo? Senza mezze parole, sì. Lo consiglio con tutto me stesso, non solo perché parliamo di un gioco che ha fatto la storia contribuendo a plasmare il genere degli action-adventure, ma anche perché si tratta di un’esperienza dotata di una sintesi così eccelsa da essere ancora attualissima. Giocata oggi, l’avventura di Mechner non evocherà in voi ricordi particolari, ma potrebbe aiutarvi a crearne di nuovi e indimenticabili a cui attingere in futuro.

Vestire i panni di un viandante rinchiuso in un’oscura segreta e affrontare pericoli di ogni genere per riabbracciare la persona amata e riconquistare la libertà, potrebbe aiutarvi a mettere in prospettiva l’isolamento forzato che stiamo vivendo in questo periodo. Insegnandovi al tempo stesso, qualcosa sulla storia dei videogiochi.

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