God of War: passato, presente e futuro

Scritto il 11.06.2020
da Nicholas Maurizio Mercurio

Quando la mano di un dio sfiora quella di un mortale, a giudicare le sue azioni non sono il Tartaro o la fine del mondo, ma ciò che si ripercuote sulla sua esistenza, dall’inizio alla fine. God of War fu presentato la prima volta nel 2005 su uno schermo talmente piccolo da cui si notavano soltanto le lame infuocate di un uomo, di spalle, con la pelle bianca, un lungo tatuaggio rosso che partiva dalla fronte a giungeva fino alla schiena, come a dipingere un quadro dell’orrore. Attorno a lui c’erano delle torri di guardia pallide e ridotte a dei ruderi che si sgretolavano al tocco del vento, mentre le onde del mare Egeo picchiavano su di esse impetuose e furiose, come l’ira di Poseidone.
Una volta avviato God of War per la prima volta, quell’uomo, disperato e stanco, privato di tutto, cammina lungo una scogliera mentre il cielo di Grecia è tumultuoso e plumbeo; una nebbia avvolge il picco più alto del monte Olimpo. L’uomo abbassa il capo per cercare la fine a quel vuoto, desideroso ormai di mettere da parte tutta la sua esistenza, ogni suo dolore.

La prima copertina di God of War!

Gettandosi nel vuoto, quell’uomo lascia alle sue spalle morte e distruzione, sangue e sudore, vendetta e disprezzo. Una voce fuori campo, accompagnata da una composizione musicale unica ed epica al tempo stesso, sferza quel silenzio:”E così, Kratos si gettò dalla montagna più alta di tutta la Grecia“.
Per cancellare dalla sua mente orrori inesauribili che lo hanno costretto a compiere atti brutali e indecorosi, Kratos decide di farla finita una volta per tutte. Costretto a servire Ares, dio della guerra, dopo che chiese il suo aiuto in una battaglia sanguinaria contro i barbari del nord, la sua anima si legò al dio e divenne suo servo, la sua furia e la sua mano. Donando a Kratos le Lame del Caos, armi di morte bagnate nel fuoco di Efesto, lo costringe a legarsi alle catene del fato come suo servitore.

Kratos lo soddisferà in ogni modo, vincendo guerre in ogni parte della Grecia. Sterminerà innocenti, dissacrerà altari eretti in onore degli altri dei e ucciderà il campione di Poseidone. Come generale diverrà il più crudele e apprezzato di tutti, capace d’infondere coraggio e determinazione in chiunque sia sotto il suo stendardo.
Un guerriero di Sparta non ha paura della morte né si tira indietro dinanzi al pericolo. Continuando a servire Ares, Kratos perderà la sua anima, e con essa parte della sua umanità.

In un villaggio, dopo anni di razzie e scorribande, deciderà di attaccare un tempio in onore della dea Atena. A causa delle fiamme e della cenere non vedrà chi ucciderà al suo interno, ma la sua pelle diverrà bianca all’improvviso e il sangue che sgorgherà, una volta che comprenderà di chi si tratta, lo porterà alla follia.
Ares, in gran segreto per ingannare Kratos e privarlo di ogni affetto affinché diventasse ancora più leale e dedito al suo compito, condusse Lysanadra e Calliope, sua moglie e sua figlia, all’altare di Atena. Mentre il fuoco bruciava e le ceneri di sua moglie e sua figlia si adagiavano sulla sua pelle, il volere di Ares venne compiaciuto e l’inganno riuscì, condannandolo per sempre.

Queste sono le origini di Kratos, ma il suo racconto si estende in altre opere importanti e minori. Andiamo a esaminare ogni produzione sviluppata da Santa Monica.

Secondo la narrazione videoludica, prima degli eventi raccontati in God of War (2005) si svolsero le vicende di Chain of Olympus come prequel effettivo della trilogia principale.
Il percorso di Kratos, finché non diverrà il Fantasma di Sparta, è concentrato in questo titolo rilasciato dopo God of War II, in concomitanza col terzo capitolo dedicato alla Mitologia Greca.
In God of War: Chain of Olympus, ormai al servizio degli dei per combattere Ares e la sua arroganza sempre più straripante secondo gli Olimpici, Kratos tenterà di compiere atti in loro nome per cancellare gli orrori del passato. In questo capitolo, in un momento emozionante e che ricordo col sorriso, Kratos rivedrà nei Campi Elisi sua moglie Lysandra e sua figlia Calliope, ma saranno soltanto delle illusioni di Persefone.

In preda agli incubi, consumato ormai dal volere di Ares e dal potere delle Lame del Caos, Kratos deciderà di interpellare Atena per chiederle di liberarlo dalle voci che lo consumano giorno dopo giorno. Deciso a servire gli dei e il loro volere, chiederà loro la redenzione. Gli verrà concessa un’altra possibilità.

Euripide, celebre drammaturgo greco citato più volte sulla copertina di God of War, ripercorre la tragedia di un mortale che, a causa della sua sete di potere, diverrà schiavo del Dio della guerra dando lustro all’essenza dell’intera Mitologia Greca.
Santa Monica, scegliendo alcune delle sue citazioni, lascia trapelare molto a riguardo nella scrittura della trama e nel passato di Kratos. Sulla custodia del primo God of War, l’aforisma a riguardo è parecchio esaustivo: “Quelli che gli Dei vogliono distruggere, prima li rendono pazzi“.

Il fantasma di Sparta…

Afflitto dalla paura nella sua mente e i ricordi che cerca di dimenticare, Kratos chiederà ad Atena di cancellargli la memoria. Accettando dunque di diventare un’arma in mano agli Dei e un accolito di Atena, si renderà conto che per liberarsi avrà soltanto un’opzione: uccidere Ares. Per farlo andrà a est, nel Deserto delle Anime Erranti.
Uccidendo le sirene, noterà Crono che sostiene il peso del Tempio di Pandora sulla schiena in attesa che qualcuno metta piede al suo interno per recuperare il Vaso di Pandora che contiene il potere di un dio.
Ottenendolo e sacrificando parte di se stesso, riuscirà a sfidare Ares e a ucciderlo, vendicandosi dell’inganno. Questa prova però non avrà alcun valore per Atena e gli Dei dell’Olimpo.
Nessun gesto può salvare un mortale dal suo fato, neanche chi si redime e ha scelto di vivere in rettitudine, seguendo ora la via che conduce alla pace. Kratos, che chiederà ad Atena, ancora una volta, di cancellargli la memoria, opterà per l’unica soluzione possibile: il suicidio.
Scalando la parte più alta del Monte Olimpo, si getterà nel vuoto. Accolto dal mare di Poseidone, come prescelto degli Dei, sarà vano anche quel tentativo. Ora, nel Monte Olimpo, manca un Dio della Guerra. Kratos prenderà il posto di Ares.

La Furia dei Titani…

Come nuovo Dio della Guerra, Kratos ha legami soltanto con la sua vera famiglia: gli spartani. Facendo vincere loro ogni battaglia, intervenendo personalmente per cambiarne gli esiti, l’Olimpo non rimane indifferente e riconosce il pericolo che ricopre per la sua furia e il potere che è in grado di scatenare.

A Rodi, Zeus interverrà personalmente per aiutarlo a combattere il Colosso che lui stesso ha animato. Portando con sé la spada dell’Olimpo, un artefatto in grado di uccidere un Dio, vi fa riversare a tradimento i poteri di Kratos e lo infilza nell’addome. Portandolo alla morte come un mortale, Kratos si ritroverà nel Tartaro, a un passo dall’Ade e dal giudizio finale. Verrà tratto in salvo, un’altra volta, da un’entità ben più antica degli Olimpici: i Titani, padri e madre degli Dei.
Kratos, sconfitto e ormai privato dei suoi poteri, avrà un’altra occasione per vendicarsi e aiutare i Titani a vendicarsi di coloro che li hanno imprigionati. Lo spartano non ha altra scelta: appoggia il piano di Gaia, che lo invita a raggiungere l’isola delle Parche dove dimora Prometeo, condannato a soffrire tra atroci sofferenze ogni giorno per compiacere Zeus e l’Olimpo dopo che egli rubò il fuoco divino per donarlo alla razza umana.

Incaricato di recuperare il Telaio del Destino, utile a viaggiare nel tempo, Kratos esplora le profondità della Mitologia Greca scoprendo terre nuove e nemici che aveva già affrontato in passato. Recuperando il mitico artefatto, torna indietro al giorno della sua morte e ingaggia uno scontro contro Zeus, il quale viene quasi sconfitto. A causa dell’intervento tempestivo di Atena, che salva il padre dalla Spada dell’Olimpo e dalla furia del Fantasma di Sparta, Kratos affonda il colpo fatale su quest’ultima mentre Zeus fugge via. Atena, in agonia, rivela a Kratos che Zeus è il suo vero padre.
Kratos non ha alcun dubbio: per uccidere Zeus e mettere a ferro e fuoco l’Olimpo, dovrà tornare indietro nel tempo coi Titani. Solo in questo modo potrà compiere la sua vendetta.

Poco prima della pubblicazione di God of War III, in cui Kratos si vendica di Zeus e degli Dei dell’Olimpo riuscendo a sopravvivere alla morte, sono uscite due produzioni dedicate alla serie che ripercorrono le vicende di Kratos.
Prima come mortale, divenuto da poco il Fantasma di Sparta attraverso la narrazione di Ascension; poi come Dio della Guerra, in Ghost of Sparta. Nel frattempo, venne rilasciato anche un gioco mobile: Betrayal.
In questi titoli viene approfondito l’odio di Kratos nei confronti degli Dei, ora non più irraggiungibili. Li accusa apertamente di ogni sua disgrazia e sconfitta, della perdita di sua moglie e sua figlia, della sua pazzia.

Le vicende narrate nella Mitologia Greca, che nei capitoli dedicati sono state ben amalgamate con il contesto narrativo concentrato sulla tragedia di Kratos, sono dense di riflessioni. Kratos è arrabbiato, iracondo, belligerante e senza pietà. Non ha un cuore pulsante nel petto, ma una fiamma che non si estingue. Compiacere un dio gli ha tolto la sua famiglia. Uccidendolo e prendendo il suo posto, come gli era stato chiesto per sperare in una redenzione, diventa ciò che ha sempre odiato.


Una volta che viene tradito da chi considerava giusto e imparziale, comprende che l’unico modo è affidarsi all’uomo, che può forgiare il destino senza che nessuno dio si metta di mezzo.
La conclusione di God of War III, concentrandosi su questo messaggio finale, lascia intendere quanto la tragedia di Kratos sia riconducibile agli errori che si possono commettere e che, a volte, non riusciamo a risolvere. In una scia di sangue, come mostrato nel finale, si comprende che Kratos non è morto. Ovunque sia, ora, non è dato saperlo.

Un nuovo ciclo…

Rispetto al passato, il gameplay è cambiato. Se prima giocavamo a un hack and slash con alcune sequenze di quicktime event, ora il sistema di combattimento, col nuovo God of War, cambia radicalmente.
Dove prima le abilità erano concentrate in pochi tasti del DualShock, ora queste sono funzionali alla costruzione della propria build dedicata con caratteristiche nell’inventario e un equipaggiamento sempre differente all’utilità del videogiocatore.
Mantenendo comunque alcune peculiarità come il quicktime event, che avrei gradito non ci fosse nella nuova proposta del 2018, ciò che cambia da picchiare quadrato è il ragionamento in cui si esprimono le nuove scelte di tasti, con schivate riprese dal genere action dando il massimo, poi, in un’esplorazione curata da enigmi non troppo complessi. Non è più una visuale lontana, concentrata sulle caratteristiche ambientali, ma è di spalle per fare sì che il videogiocatore noti l’ambientazione e la direzione artistica, permeata da un’aura che cattura per i picchi innevati ispirata alla Scandinavia e alla Mitologia Norrena.

Il passaggio, da un pantheon all’altro, si avverte anche nell’approccio al mondo di gioco, alle creature proposte durante l’esperienza. Se quella Greca è stata narrata con crudezza, quella Norrena non è affatto un pugno nello stomaco né raggiunge gli apici del gore a cui eravamo abituati precedentemente. Contestualizzando adeguatamente questa particolarità, si avverte anche nelle uccisioni epiche una mancanza che ricalca il messaggio finale del titolo, adeguato non solo per il pubblico di appassionati, ma anche per chi mette mano a God of War per la prima volta. Una scelta che, per quanto mi riguarda, apprezzo finché non giunge a ripercorrere alcune sequenze che ho trovato critiche nella sua interezza.
Se la spettacolarizzazione e la scenografia colpiscono, riproporre i medesimi miniboss diventa parecchio riempitivo e, di conseguenza, anche ripetitivo. Una critica mossa con adeguatezza, considerata comunque la mole di sfide dopo i titoli di coda, le quali propongono un’esplorazione del mondo e della Mitologia Norrena che risiede principalmente in un accesso alla mappa dal DualShock.


Esplorando il Lago dei Nove Regni e le sue sponde, ho trovato dei passaggi per raggiungere le valchirie, nemici estremamente ostici ma un’ottima aggiunta assieme ad alcune missioni secondarie, oltre all’esplorazione degli altri regni oltre a Midgar.
Esplorare con la barca, remando adagio nelle acque placide, racchiude il senso di viaggio e lo amplifica attraverso le storie raccontate da Mimir. Come un vate, egli narra le vicende che legano Odino, in realtà impaurito da chi può risultare una minaccia, a Kratos e Atreus.
Amplifica la discussione del Serpente del Mondo, del Ragnarok, delle vicende che riguardano i giganti e delle storie che poi, alla fine, risultano similari a quella di Kratos, che giunge da una terra lontana, una terra che ha sulla pelle come le ceneri di sua moglie e sua figlia.

Padre e figlio…

Il rapporto è burrascoso, silenzioso, quasi opprimente. Atreus non conosce suo padre, poiché va a caccia e protegge i confini della loro casa da chi li minaccia. Quando Faye, la madre di Atreus, muore e la pira viene accesa, si avverte immediatamente la freddezza di Kratos nei confronti del figlio. Il rapporto non è logoro… Semplicemente, ancora non esiste.
Addolorato per la perdita della moglie, Kratos desidera compiacere il suo ultimo desiderio: vuole che le sue ceneri ancestrali vengano gettate al vento sul picco più alto dei Nove Regni.


Il loro viaggio inizia in una foresta nascosta tra le fronde degli alberi di betulla, tra laghetti e i fiumiciattoli, in un terreno ricoperto di fango e foglie secche, colorate di rosso e giallo. Mentre avanzano, adagio e contemplando il mondo attorno, una scena particolare ha catturato la mia attenzione. Quando si immergono nel boschetto, a caccia di un cervo dalle corna blu, Kratos si affida al figlio perché possa riuscire a colpirlo.
Attendendo che l’arco, un dono di Faye, scocchi la sua freccia, Kratos raccomanda al figlio di non sbagliare. Così non sarà: l’impetuosità di Atreus, ancora infantile e inconsapevole del mondo che lo circonda, lo fa sbagliare.

Kratos, dopo neanche due ore di gioco, gli impartisce la prima lezione: pazientare e colpire. Mentre proseguono il loro cammino, imbattendosi nella strega dei boschi che poi si rivelerà essere Freya, la madre di Baldur e moglie di Odino, si avviano verso il Lago dei Nove Regni, l’inizio dell’intera esperienza di gioco dopo un lungo preludio.
Durante l’esperienza il loro rapporto maturerà adeguatamente con ogni sviluppo di entrambi, dal carattere mirato all’equipaggiamento alla crescita delle abilità. A essere ancora più appagante è l’evoluzione della scrittura già matura. Kratos impara da Atreus le rune, ed entrambi imparano da Mimir le antiche storie che aleggiano nella Mitologia Norrena.
Resta, però, un grande segreto agli occhi di entrambi: il passato di Kratos. Non ammettendo immediatamente chi sia, Kratos cerca di proteggere suo figlio dalla verità, essendo un dio lontano dalla sua terra d’origine, un uomo completamente stravolto e devastato da una vendetta che non lo ha consumato, trovando una nuova ragione di esistere in Atreus.
Voglio che sia migliore di me“: lo ripeterà all’infinito, come se volesse convincere se stesso.
A causa del suo passato, di ciò che ha compiuto facendo qualunque cosa per contrastare gli Dei, si ritrova più uomo di chiunque altro e un dio decaduto migliore di altri; anche quando Atreus, subito dopo essersi svegliato dalla malattia che risiede nel sangue di Kratos per nascondere la verità, manifesterà un comportamento sprezzante e spregevole, non più gentile e garbato, posato ed educato.
Quando replicherà a Mimir con arroganza e ucciderà Modi a sangue freddo infilzandogli il coltello nel collo, Kratos vedrà in Atreus l’immagine riflessa di se stesso, di quello che fu un tempo.


Se Kratos può fare qualcosa per Atreus, è spingerlo a controllarsi e a essere pronto al futuro. Se Atreus può fare qualcosa per suo padre, è fargli conoscere il suo mondo. Non per niente, il legame tra i due nasce laddove due mitologie diverse tra loro si incrociano fino a legarsi. Da una parte l’autorità di Zeus, dall’altra la paranoia di Odino e il disprezzo degli Aesir e delle razze inferiori che non possono garantire loro ciò che si augurano.
Mimir, legato a un albero di rovi per volere di Odino, è un saggio che conosce Tyr e le sue leggende. L’antico Dio della Guerra Norreno, amico di tutte la razze, venne visto come una minaccia da Odino poiché era amato da tutti, giganti, nani ed elfi.
Nella sua stanza segreta, sotto al Bifrost e all’Albero di Yggradisil, Kratos noterà un’anfora che stringerà per qualche istante con la sua sagoma raffigurata mentre stringe le Lame del Caos. Accade subito dopo che le avrà recuperate per accedere a Helheim e prendere il cuore del guardiano per salvare Atreus. Decidendo di frantumarlo al suolo, nasconde ancora una volta la verità al figlio.

Non è paura, la sua. Teme di perderlo a causa di ciò che ha compiuto prima del suo arrivo a Midgar, in una nuova terra che è lontana da Sparta. Assaggiando il vino di Lemno, Kratos ricorderà la sua terra natia. Ad Atreus parlerà una volta che Baldur, ora nemico in cerca di Atreus, tenterà di uccidere Freya per vendicarsi.
Il loro viaggio continua, con un susseguirsi di emozioni quando, una volta giunti a Jotunheim, lasceranno che le ceneri di Faje vengano spinte dal vento freddo del nord oltre il picco più alto dei Nove Regni. Sarà in quel momento che, dopo le sfide vissute da entrambi, lasceranno che i sentimenti prendano il sopravvento.

Analizzando l’attuale Kratos, ora che è di nuovo padre nonostante ciò che ha vissuto nelle precedenti produzioni, si legge il cambiamento umano e non divino di uno che è nato ed è diventato dio non per sua scelta, ma perché non aveva alternativa.
Kratos ha ancora le immagini di Calliope nella mente: non dimentica una figlia, neppure di fronte ad Atreus. Questo particolare, durante l’esperienza, non lo racconterà. Non vuole rivivere ciò che ha passato, neppure citarlo. Quando Atreus si sente male a causa della malattia, Kratos rivede Atena.
Non cambierai mai: sarai sempre un mostro“.
Tenterà di cacciarla dalla sua testa, di non pensarci. Ci proverà completamente, con ogni grammo della sua anima. Perché, ovunque sia, Kratos sarà sempre il Fantasma di Sparta. Ora è un nuovo Kratos.

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