High Score – Viaggio nella storia dei videogiochi

Scritto il 14.09.2020
da Lucia Lasorsa

Arte figurativa, architettura, letteratura e cinema sono i media che hanno letteralmente rivoluzionato le vite degli esseri umani elevandoli al di sopra della mera condizione di esseri viventi dal destino segnato da tre semplici fasi: nascita, riproduzione e morte.

La presa di coscienza da parte della nostra specie, fin dai suoi albori, di avere per l’appunto una coscienza, una psiche, una identità altra incredibilmente profonda rispetto alla semplice sopravvivenza biologica ha spinto i primi esemplari di Homo Sapiens a voler esprimere, mostrare e documentare inizialmente quali fossero le proprie attività quotidiane.

Ma con il trascorrere del tempo, l’esigenza di esprimere ciò che alberga nelle nostre anime si è fatta sempre più pressante e incontenibile, al punto che si rendono costantemente necessarie la ricerca e la creazione di mezzi di espressione sempre nuovi e sempre più potenti per consentirci di esprimere noi stessi in base alle nostre inclinazioni.

I videogiochi nella storia…

High Score

Negli ultimi decenni, ai media elencati all’inizio di questo articolo se ne sono aggiunti altri, più moderni e semplici da fruire: videogiochi e internet.

Correva l’anno 1952 quando A.S. Douglas realizzò per la propria tesi di dottorato presso l’Università di Cambridge OXO, una versione del classico gioco del Tris per computer: il primissimo videogioco era stato creato.

Da allora, il medium si è evoluto in modo che forse non era nemmeno prevedibile ai tempi di OXO! Se state leggendo questo articolo, allora abbiamo qualcosa in comune: la passione e l’amore per i videogiochi. Ma conosciamo davvero questo medium, la sua storia, la sua evoluzione, il suo impatto sulla società?

Se siete curiosi di scoprire quanto siete preparati sull’argomento, per semplice curiosità o per scoprire nuovi e interessanti dettagli sulla vostra passione, allora la docuserie High Score presente su Netflix può fare al caso vostro!

…La storia dei videogiochi

ESports, console war, videogiochi in modalità cooperativa o competitiva per più giocatori in contemporanea, campionati di videogiochi, inclusione di tematiche sociali e di denuncia, stampa specializzata nel settore, guide e walkthrough: tutto questo viene dato sovente per scontato da una certa parte di utenza nata e cresciuta in un mondo nel quale tutto questo era già stato creato prima della sua nascita. Ma non è sempre stato così.

High Score è una serie originale Netflix disponibile dal 19 agosto ideata da France Costrel e diretta da William Acks, Sam LaCroix, France Costrel, Melissa Wood. Una piccola chicca è la presenza della voce narrante fuori campo che, in lingua originale inglese, appartiene a Charles Martinet, storico doppiatore dell’idraulico più famoso della storia dei videogiochi: Super Mario.

Nei soli 6 episodi da cui è composta (che, per inciso, mi sono sparata in binge watching in un’unica serata), High Score si pone l’ambizioso obiettivo di ricostruire la storia dei videogiochi concentrandosi in maniera particolare sulla loro evoluzione nel ventennio d’oro, quello in cui sono giunti alla ribalta: i gloriosi anni ’80 e ’90.

C’è stato un tempo in cui l’idea di aiutare e guidare i videogiocatori in difficoltà è stata rivoluzionaria, un tempo in cui le riviste specializzate non avevano ragion d’essere, un tempo in cui poter giocare insieme a un amico era fantascienza. Se volete immergervi in quel contesto storico, High Score vi verrà in soccorso.

Strutturalmente, la serie è suddivisa in episodi caratterizzati dalla presenza di interviste fatte ai vincitori dei primissimi campionati mondiali di videogiochi e ai creatori di alcuni dei titoli e dei franchise più conosciuti nati nel lasso di tempo di circa 20 anni preso in esame nella docuserie. Aneddoti e curiosità intervallano la narrazione dei fatti storici creando una struttura dinamica e appassionante, anche se certamente non priva di difetti.

Ognuna delle puntate prende in esame una tipologia differente di videogiochi e un diverso segmento temporale:

  1. Il boom e la crisi: i cabinati arcade tanto cari a noi vecchiardi e le primissime console da casa vengono illustrati anche grazie a delle illuminanti interviste a game designer del calibro di Tomohiro Nishikado, (Space Invaders, 1978), Toru Iwatani (Pac-Man, 1980) e Howard Scott Warshaw (E.T. the Extra-Terrestrial, 1982, considerato il videogioco peggiore della storia); inoltre, potrete ascoltare le parole del co-fondatore di Atari, Nolan Bushnell, e dei figli di Jerry Lawson, che fu uno dei primi uomini afroamericani dell’industria videoludica al quale dobbiamo anche la creazione delle cartucce.
  2. La rinascita: dopo il boom iniziale e l’inizio di una parabola discendente il cui responsabile viene al tempo ritenuto proprio il videogioco di E.T., ci si chiedeva quale miracolo avrebbe mai potuto risollevare le sorti di un medium ritenuto ormai moribondo. Ebbene, quel miracolo ci fu, e ha un nome che conosciamo benissimo: Nintendo. La divisione americana del colosso giapponese ha inoltre dato vita alla figura professionale del consulente videoludico: in un tempo in cui internet era ancora una sorta di miraggio, i giocatori potevano contattare telefonicamente un team specializzato di esperti che li guidava in caso di difficoltà; nasceva così ciò che, negli anni, si è evoluto nei walkthrough.
  3. Giochi di ruolo: la puntata che personalmente ho preferito, essendo una appassionata viscerale del genere. Nella puntata vedrete la nascita dei videogiochi di avventura e delle avventure grafiche, inizialmente unicamente testuali, dunque senza immagini. E non poteva certo mancare una menzione a una delle saghe più celebri e rappresentative dei JRPG, Final Fantasy, che viene narrato da Yoshitaka Amano, storico illustratore e charachter designer del franchise. Una menzione particolare merita anche il videogioco di ruolo perduto a tema LGBT GayBlade, creato da Ryan Best nel 1992.
  4. E guerra sia: protagonista di questo episodio è la console war fra il colosso che monopolizzava al tempo il mercato videoludico, Nintendo, e la neonata Sega. Per battere Nintendo era necessario, fra le altre cose, creare un personaggio iconico che si potesse contrapporre a Super Mario: nasce così Sonic the Hedgehog, illustrato da Hirokazu Yasuhara, gameplay designer del titolo. La puntata include anche diverse interviste, fra cui una a Trip Hawkins, fondatore di Electronic Arts.
  5. Fight!: un titolo come questo può evocare alla memoria un solo genere: i picchiaduro come Street Fighter II e Mortal Kombat, a cui va il merito di aver gettato quelle che sono le basi del gaming competitivo rappresentato dai moderni eSports. La serie di Mortal Kombat e Night Trap, uno dei primissimi videogiochi proposti nel formato del film interattivo, furono all’epoca protagonisti di una aspra controversia per via della violenza esplicita in essi contenuta, scatenando una serie di eventi concatenati che ha infine portato alla creazione del sistema di classificazione dei videogiochi conosciuta come Entertainment Software Ratings Board (ESRB).
  6. Il livello successivo: la transizione dai videogiochi in 2D a quelli in 3D è avvenuta su due strade parallele: da una parte, su console Nintendo nasceva lo sparatutto a scorrimento Star Fox (1993), dall’altra su PC id Software dava vita al primo progetto di videogioco dotato di sistema di multiplaying online: Doom (1993), di cui parla ampiamente l’uomo che lo ha creato, il game designer John Romero (e qui ci sta la nostra recensione di Doom Eternal); si tratta di una impresa, questa, eccezionale, se pensate che quella che oggi è la piattaforma di gioco dalle caratteristiche hardware più potenti negli anni ’90 non era nemmeno considerata in grado di far girare un videogioco!

Uguaglianza e inclusività

Nonostante siano trascorsi ormai diversi decenni dalla creazione dei videogiochi, purtroppo il medium soffre ancora moltissimo per via di una mole notevole di pregiudizi. Per molti, i videogiochi sono una perdita di tempo, diseducativi, privi di qualsivoglia valore artistico o morale, inutili nel migliore dei casi e nocivi nel peggiore.

Una serie come High Score contribuisce a plasmare una immagine differente di un prodotto che non è più (o, per lo meno, non solo) meramente di intrattenimento, ma che nel corso degli anni ha costantemente smentito (e lo fa ancora) i suoi detrattori.

Titoli come The Last of Us (qui trovate la nostra recensione del secondo, memorabile capitolo della serie targata Naughty Dog), Final Fantasy VII, Persona 5 (magari ora volete leggere il mio articolo che ne mette a confronto i diversi gameplay dei due titoli, e magari anche una attenta analisi di alcune delle tematiche principali di Persona 5) tracciano dei profili psicologici approfonditi dei personaggi che animano storie che ci parlano di pregiudizi, dolore, disillusione, angoscia, sensibilizzazione alle tematiche ambientaliste, critica sociale al capitalismo, allo sfruttamento della natura e degli esseri umani, ma anche amore, speranza, rinascita.

Un altro merito dei videogiochi di cui si parla in High Score consiste poi nel loro intrinseco spirito democratico. Dietro una tastiera e un controller, non contano inezie come il colore della nostra pelle, il nostro sesso o le nostre inclinazioni sessuali: contano solo le nostre abilità.

Qual è, infine, lo scopo ultimo dell’arte? Smuovere le coscienze, stimolare una reazione emotiva, sensibilizzare, mostrare al mondo esterno il proprio mondo interiore, condividere pensieri, impressioni e sentimenti. Se mentre giocate vi emozionate, imparate qualcosa, vi meravigliate, allora avete già la dimostrazione che ciò in cui molti non credono è in realtà vero: i videogiochi sono un prodotto artistico esattamente come un bel quadro, un buon libro o un bel film.

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