Marco Di Liberto e Metal Gear Solid V: The Phantom Pain

Scritto il 04.04.2020
da Marco Di Liberto
Metal gear solid V venom snake

Da Giocatore a Giocatore

Quando il Caporedattore di TopGamer.it, Rodrigo, mi ha contattato chiedendomi di scrivere un articolo di presentazione in cui parlassi di un videogioco che ha segnato la mia “carriera videoludica“, devo ammettere di essermi trovato in difficoltà.
Non tanto perchè non sapessi di cosa scrivere o per ignavia, quanto perchè condensare in un’unica scelta la vastità di videogiochi che mi hanno colpito e con cui potrei presentare la mia visione del medium è un compito parecchio arduo; in fondo per parlare da “giocatore a giocatore” e non da “redattore a lettore” devo prima mostrarvi che tipo di giocatore sono!
Tuttavia, come avrete già intuito dal titolo di questo articolo, ho già compiuto la mia scelta, perciò:
Il mio nome è Marco Di Liberto, sono un’appassionato, studioso, amante dei videogiochi e, con un po’ di fortuna ed immensa volontà, spero un giorno di potermi definire uno sviluppatore.
Sono nato nel 1998, anno in cui nel panorama videoludico apparvero gemme del calibro di The Legend of Zelda: Ocarina of Time, Half-Life, Baldur’s Gate, Pokémon Giallo e Resident Evil 2, mentre Rockstar Games vedeva la luce e la prima versione dell’Unreal Engine veniva rilasciata insieme all’omonimo FPS di Epic: Unreal.
Insomma, se vogliamo proprio metterla dal punto di vista astrologico: sono nato sotto un cielo permeato di buone stelle.
Tuttavia il 1998 coincide, oltre che con la mia nascita, con il punto d’inizio di una delle più importanti saghe videoludiche di tutti i tempi: il 3 settembre 1998 nasce Metal Gear Solid.

La copertina di Metal Gear Solid per PlayStation illustrata dal tuttora braccio destro di Hideo Kojima: l’illustratore Yoji Shinkawa

Genealogia e genialità di una saga immortale

C’è un motivo ben preciso se la saga di Metal Gear è composta da oltre venti iterazioni, tra capolavori, spin off e pecore nere: l’autorialità.
Ogni produzione respira, pulsa e riflette l’anima del suo ideatore: tale Hideo Kojima, che ad oggi, dopo la pubblicazione di Death Stranding, risulta essere più una rock-star che un game developer.
Da amante del cinema occidentale, la Metal Gear Saga non poteva che essere pervasa da citazionismi e atmosfere degne del più duro trai film d’azione americani. Basti pensare ai personaggi a cui è stato ispirato il Solid Snake moderno – quello da Sons of Liberty in poi NdR – primo su tutti Jena Plissken (Snake Plissken nella versione originale) del film Fuga da New York.
I temi della saga, tuttavia, sono ben più profondi di quelli tracciati dal classico colossal americano tutto muscoli e testosterone: si parla di eredità genetico-culturale, di libertà di scelta e pensiero, intelligenza artificiale, clonazione, diritto alla vita. Ed ancora si discute il senso della creatività, della guerra, della lealtà.
Ogni titolo tratta di argomenti universali, sempre attuali e ben discussi, a tal punto che sono valsi a Kojima l’appellativo di genio visionario: vedasi in particolare il monologo finale di Solid Snake in Metal Gear Solid 2, la discussione tra Skullface e Venom Snake riguardo il significato di nazione o, parlando di qualcosa di più contemporaneo, Death Stranding e l’importanza delle connessioni in un mondo senza legami.
È ben comprensibile che la saga abbia ottenuto numerosissimi ammiratori ed appassionati, che per più di 20 anni l’hanno vista crescere, guadagnare una dimensione in più ed stabilire nuovi standard per l’industria videoludica, dal primo Metal Gear sino all’ultimo capitolo: Metal Gear Solid V: The Phantom Pain

Un giovane Hideo Kojima negli anni 90′

“Io sono Big Boss, e lo sei anche tu”

Il finale, si sa, è una delle parti più importanti di una storia e Metal Gear Solid V: The Phantom Pain in quanto tale aveva l’arduo compito di chiudere la saga marchiandola a fuoco nei ricordi dei giocatori.
Mentre i titoli precedenti erano caratterizzati da uno svolgimento lineare della storia, con un gameplay che in linea generale risulta essere puramente stealth, in Metal Gear Solid V: The Phantom Pain si è deciso di percorrere una strada diversa tentando un approccio al gameplay più action e dando al giocatore una maggiore libertà riguardo lo svolgimento delle missioni.
Se, ad esempio, Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots è paragonabile ad un’intensa corsa al finale cronologico della serie, con cutscene lunghissime, ed uno sguardo particolarmente incentrato sulla trama, Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è più simile ad una più calma esplorazione delle mappe aperte a disposizione, al fine di trovare gli ultimi dettagli di una storia che già abbiamo avuto modo di conoscere approfonditamente: ne sono un esempio lampante le decine di registrazioni ascoltabili “alla Bioshock”, che invece di essere attivamente proiettate a schermo con una cutscene o delle immagini semi-statiche che avrebbero obbligato il giocatore a doverle guardate attivamente, possono essere passivamente ascoltate mentre si gioca.
Anche per questo focus minore nei confronti della storia, Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, risulta essere, ad oggi, l’entry point perfetto per iniziare a godersi la saga.
Sfruttando la nostra “Mother Base” come HUB, è quindi possibile gestire le proprie missioni liberamente, con inoltre la possibilità di esplorare le aree disponibili senza dover necessariamente portare a termine dei compiti, dando la possibilità di muoversi nel gioco come se fosse un sandbox senza un obbiettivo principale, in cui lo stealth è diventato puramente opzionale.
Ciò che stupisce di più del titolo – e che ne costituisce il loop fondamentale – è il gameplay basato sulle infiltrazioni negli avamposti: l’ampia selezione di armi e gadget rendono la nostra “Tactical Espionage Action” in Afghanistan ed Africa parecchio divertente, e sta al giocatore sfruttare creativamente i suddetti strumenti al fine di liberare gli avamposti ed accampamenti nemici nella maniera che più gli si addice.
Armi, esplosivi, braccia protesiche ed altri dispositivi diventano quindi uno strumento per il divertimento creativo, piuttosto che uno atto alla sopravvivenza nel mondo di gioco; questa transizione è simile a quella avvenuta nella saga di The Legend of Zelda con Breath of the Wild, che a scapito dei classici dungeon e puzzle, ci ha donato un’esperienza più libera e creativa, con strumenti dalle innumerevoli possibilità d’utilizzo.
La storia è, come al solito per le produzioni di Kojima, affascinante ed astuta, e sul palco recitano figure dal carisma magnetico: gli ideali rivoluzionari di Venom Snake e Kaz – rispettivamente il protagonista ed il suo braccio destro – sono perfettamente controbilanciati dalla sete di potere e vendetta di Skullface – l’antagonista – e la decina di personaggi che ruotano intorno a queste vicende non sono da meno per quanto riguarda la caratterizzazione.
Quiet, la silenziosa cecchina che ci può accompagnare come alleata durante le missioni, ha dei motivi ben precisi per rimanere in silenzio, mentre Revolver Ocelot rimane ancora sul podio dei personaggi più complessi della saga.
Alla storia, che racconta le vicende di un’organizzazione militare alle prese con robottoni, virus ai limiti della fantascienza, bambini psicocinetici e russi divenuti torce umane post-mortem, non mancano tuttavia momenti durissimi, crudi e struggenti, forse trai più profondi, seri e registicamente meglio costruiti della storia del videogioco, come lo spargimento in mare delle ceneri dei soldati caduti.
Tecnicamente Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è impeccabile: le IA nemiche sono ben programmate, graficamente è una delizia e l’interfaccia di gioco è pulita e ben progettata.
Sul lato artistico, mentre Yoji Shinkawa disegna ancora meravigliosamente le sue concept art di personaggi e mecha, la colonna sonora originale cantata da Donna Burke che ci accompagna durante la storia è meravigliosa.
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, sebbene non sia esente da difetti, rimane tutt’oggi un buon titolo dal gameplay estremamente divertente, che premia chi ha la pazienza di applicarvici e giocare con la fantasia e gli strumenti a disposizione.

Quella volta che provai il dolore fantasma

Ma perchè scegliere di parlare proprio di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain e non piuttosto di altri capitoli della saga?
Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, ad esempio, sarebbe stato un candidato perfetto da discutere dal punto di vista del “significato” di un videogioco.
Eppure il capitolo che più ha fatto breccia nel mio cuore è stato proprio V: The Phantom Pain, il titolo forse più discusso della saga (non contando iterazioni fuori gara come Snake’s Revenge).
Sebbene Metal Gear Solid V: The Phantom Pain sia un gioco di cui tessere le lodi per il gameplay e la direzione artistica, c’è un problema.
Imbastardito da una faida tra Kojima e Konami Metal Gear Solid V: The Phantom Pain viene pubblicato incompleto: al gioco manca uno dei tre archi narrativi che avrebbero dovuto comporre la sua storia e le implicazioni del caso sono numerose.
Venne vissuto dai fan come un gioco dal grandissimo potenziale: un’opera genuinamente bella e divertente, con una storia interessante e dei temi, tra cui quello dell’importanza socio-culturale del linguaggio, discussi con l’arguzia e lo spirito con cui Hideo Kojima ha abituato il suo pubblico, MA con il grande difetto di essere stato sfigurato da un taglio produttivo.
Un gioco intitolato “The Phantom Pain“, con protagonista un soldato a cui manca l’avambraccio sinistro, è anch’esso amputato di una delle sue parti più importanti: il finale.
L’intera fanbase della Metal Gear Saga, allo stesso modo di Venom Snake, ha provato il “Phantom Pain“, il dolore fantasma e con esso un profondo risentimento per Konami e le politiche adottate nei confronti delle loro proprietà intellettuali (tra cui si annoverano le saghe di Metal Gear Solid, Silent Hill e Castlevania).
Ed ironia della sorte, così come Venom deve convivere con un rimpiazzo del suo arto, i giocatori si devono accontentare di un video che spiega il finale nei “Behind the scenes” contenuti in un CD all’interno della Collector’s Edition del gioco, che presenta oltretutto una replica del braccio protesico del protagonista.
Viene da chiedersi se sia Konami od il Destino ad avere un senso dell’umorismo così crudele.

METAL GEAR SOLID V: THE PHANTOM PAIN BRACCIO
La replica del braccio protesico di Venom Snake in Metal Gear Solid V: The Phantom Pain

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain – Ovvero: Come ho conosciuto il videogioco.

Il tema di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain mi colpì a tal punto da indurmi a trattare proprio nell’imminente Esame di Stato l’importanza ed i limiti del linguaggio, ma ancor di più The Phantom Pain e la vicenda tra Kojima e Konami hanno avuto il merito di farmi interessare e spingermi ad informarmi riguardo l’industria videoludica.
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain rappresenta un punto importantissimo per il gaming moderno: non solo perchè segna la fine di una saga estremamente significativa per l’industria e per i videogiocatori, ma anche perchè coincide con la scissione definitiva tra Kojima e Konami, che implica l’affermazione di superiorità dell’autorialità rispetto alla massificazione ed i ritmi produttivi dell’industria videoludica.
Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è per me l’emblema della presa di coscienza del medium, la rottura dello specchio con conseguente camminata verso il buio di Venom Snake, e le ultime parole di Big Boss, che chiudono un’era con un perfetto passaggio di testimone:

Questa storia – questa leggenda – è nostra. Possiamo cambiare il mondo, e con esso, il futuro. Io sono te, e tu sei me. Ricordalo ovunque tu andrai. Grazie, amico mio. D’ora in avanti… Tu sei Big Boss.



METAL GEAR SOLID V: THE PHANTOM PAIN MIRROR

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