Resident Evil – Dalla deriva action al ritorno alle origini

Scritto il 07.01.2019
da Antonio Rodo

La morte e la rinascita della saga

Il paese del Sol Levante, in passato, ha attraversato un momento di pura crisi videoludica. Tuttora, però, non si è completamente ripreso. Due esempi molto calzanti sono, Konami e Square Enix. La prima ha (quasi) perso del tutto l’interesse per l’industria, decidendo di dedicarsi al gioco d’azzardo, dopo la rottura con Kojima; la seconda, invece, è nel caos più totale. I problemi sono iniziati con il tanto discusso e controverso, Final Fantasy XV, gestito molto male a livello narrativo. La casa di sviluppo ha provato in seguito ad aggiustare il tiro, riuscendoci solo in parte.
Comunque, messa da parte questa piccola ma doverosa premessa, utile per far capire al pubblico, il caos creativo che ha vissuto e sta in parte vivendo questa importantissima fetta del nostro amato medium, direi di passare agli argomenti centrali di questo articolo, ovvero Capcom e la sua saga più famosa: Resident Evil.

Il ritorno di mamma Capcom!

Resident Evil Saga

Una delle aziende (in ambito videoludico) più rilevanti del Giappone è sicuramente Capcom, autrice della famosa saga horror, conosciuta anche come Biohazard. Questo popolarissimo brand, nelle sue ultime incarnazioni ha fatto storcere non poco il naso. Dopo il quarto capitolo (famoso per aver svecchiato la saga, ma allo stesso tempo rovinato a causa della deriva action), Resident Evil si snaturò completamente. Agli occhi dei fan, quel videogioco che da piccini li spaventava e li costringeva a spulciare una guida per andare avanti, era completamente sparito. Il brutto sostituto, era un titolo ambientato in Africa, con protagonista Chris Redfield (decisamente sotto steroidi), accompagnato dall’agente Sheva Alomar.

Molte persone, sostengono che la saga abbia perso la bussola con il quinto capitolo. In realtà, a voler essere precisi, il processo di snaturamento iniziò con il quarto. Fermi! Già vi vedo belli agitati davanti allo schermo, mentre urlate “che stai dicendo!”. Anch’io ho apprezzato molto Resident Evil 4, ma è innegabile che sia stato lui il pioniere, colui che ha dato il là alla deriva action. Fortunatamente l’ambientazione era molto ispirata, narrativamente tutto sommato si faceva apprezzare, e riusciva talvolta anche ad instillare al giocatore quello strano mix fatto di angoscia e panico, ma si trovava comunque a qualche miglio di distanza dalla formula originale. L’avventura africana del buon Chris, aveva invece reso irriconoscibile il brand, a causa della frequenza eccessiva di momenti movimentati, e della totale assenza di situazioni ansiogene. In cooperativa (disponibile sia in locale che online), il titolo era però molto divertente, e fu proprio questa la fortuna di Capcom. Infatti, nonostante tutto, il titolo vendette molto, ed è ad oggi, il Resident Evil più venduto di sempre, con 10,9 milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Resident Evil 6

Squadra che vince, non si cambia (o forse sì?), ed ecco che nell’ottobre del 2012, arrivò Resident Evil 6, ancor meno fedele al brand, con tantissime sparatorie e momenti usciti direttamente da Mission Impossible. L’interesse rimase comunque molto alto: il titolo prometteva quattro campagne, per un totale di circa 25 ore di giocato; la presenza di moltissimi personaggi iconici legati alla saga e il ritorno della cooperativa. Bello vero? Sulla carta sì. Peccato che venne svolto un pessimo lavoro sul game design, che rese il titolo molto sbilanciato, ed in generale mal pensato sotto molti punti di vista. L’introduzione più grave, è sicuramente stata la presenza delle abilità, in grado di rompere completamente il gioco. Alcuni di questi bonus rendevano praticamente impossibile il game over, e la quantità di oggetti rilasciati dagli zombie, veniva moltiplicata. A quanto detto, aggiungeteci anche la presenza del vostro partner (anche lui può impostare delle abilità) ed ottenete un titolo nel quale il giocatore non teme niente e nessuno, ed è anzi disposto a far a pezzi chiunque osi anche solamente respirare.

In un periodo in cui l’interesse per Resident Evil stava scemando, e gli occhi erano puntati sulla nuova creatura di Shinji Mikami (l’autore che creò la saga di Resident Evil e ci lavorò fino al quarto capitolo) ovvero The Evil Within, Capcom annunciò il settimo Biohazard.

Terrorizzati dall’indole action della saga nell’ultimo periodo, i fan decisero di approcciarsi con molta cautela al gioco. La prospettiva del giocatore era stata modificata, passando dalla terza persona alla prima. Molti iniziarono a chiamarlo Outlast. L’ambientazione, già dalle prime immagini, si dimostrò parecchio angosciante, avvicinandosi o, addirittura, superando le terrificanti atmosfere di villa Spencer. Insomma, questo nuovo gioco faceva paura, ma non era ancora Resident Evil. Mancava qualcosa. Forse quel ritmo compassato e ragionato? Gli stuzzicanti enigmi? La gestione severa dell’inventario? Tutte queste perplessità e domande, non ricevettero nessuna risposta, o meglio fino all’uscita del gioco. Quando finalmente arrivò il giorno della release, tutti si dovettero ricredere sul titolo: non solo Capcom era riuscita a creare un gioco moderno e terrificante, lo aveva anche reso molto simile alle prime incarnazioni del brand. Un lavoro titanico e difficile da realizzare. Là fuori ci sono moltissime saghe che, nel corso del tempo, hanno perso del tutto la loro identità, inseguendo il trend del momento o, banalmente, tentando di svecchiare la formula.

Resident Evil 7

Resident Evil 7 è stato sviluppato con il RE Engine, un motore grafico creato appositamente per la rinascita del brand. In realtà è stato in seguito utilizzato anche per altri titoli, come per esempio Devil May Cry 5, diventando nel giro di poco tempo, uno degli engine migliori che l’azienda abbia mai prodotto.

Il settimo Biohazard è un capolavoro dell’ottava generazione. Credetemi, non sto esagerando. Il buon vecchio Resident Evil, ancora oggi apprezzabile grazie alla remastered del remake rilasciata sulle attuali console, è tornato in tutto il suo splendore. L’anima del settimo capitolo, pare essersi forgiata proprio in quella spaventosissima tenuta Spencer, che verrà evocata nelle menti di coloro i quali vivranno la terrficante scampagnata nella Luisiana infestata dai Baker. Si, è vero, non ci sono più le bellissime camere statiche o i comandi legnosi. Proprio perchè Capcom ha capito che non serve replicarsi per non snaturare una saga, bensì richiamare elegantemente l’opera originale, in un contesto inedito, in prima persona e spaventosamente inquietante. Inserire, per esempio, un finto caricamento (al tempo reale e ciò era meraviglioso) ogni qualvolta viene aperta una porta, solo per richiamare “il vero RE dei survival horror“, sarebbe stato ridicolo (e lo hanno fatto in passato, con il DLC di Resident Evil 5. Non l’ho citato a caso). Il coraggio, anche data la vagonata di soldi necessaria per produrre un tripla A, oggi occorre avercelo. Questo non è un articolo nel quale vi parlo in maniera approfondita di Resident Evil 7, per quello abbiamo già una recensione sul sito. L’intento, scusando il francesismo, è far capire che Capcom, ha avuto le palle cubiche, e non intende fermarsi.

Resident Evil Leon

Il 25 gennaio, come molti di voi già sapranno, arriverà quello che è addirittura canditato per essere, uno dei migliori remake che l’intero medium videoludico abbia mai visto. Lo so, la stessa Capcom non vuole ritenerlo tale. È più corretto dire che sia una riproposizione moderna dell’originale, piuttosto che una remastered plus o un remake (dannato mercato e i nomi che si inventa. Non si capisce più nulla tra le masse). Comunque, Resident Evil 2 utilizza la base dell’originale: le creature, i personaggi, la storia e l’ambientazione, sono infatti rimasti (quasi) invariati, ma sono stati espansi e resi attuali, senza tradire o snaturare il materiale di partenza. Oggi, l’industria videoludica si è evoluta tantissimo, sarebbe stato sciocco non utilizzare le tecnologie attuali, come per esempio il motion capture. Grazie a tutte le innovazioni che di generazione in generazione hanno fatto irruzione nel nostro amato medium, Resident Evil 2, oggi è un titolo “diverso”, più story driven e col graficone. Quel che è stato mostrato e comunicato dall’azienda, ha lasciato tutti con l’acquolina in bocca. La voglia di scoprirlo nella sua interezza è tanta.

Il gioco utilizza ancora una volta il Re Engine, e vanta un rendering ad altissima risoluzione sulle mid gen di Sony e Microsoft. Sarà forse dovuto all’impostazione in terza persona della camera, ma il colpo d’occhio è superiore al settimo capitolo. Per quanto riguarda la fluidità, siamo fissi sui 60fps stabili.

Se volete saperne di più su Resident Evil 2, vi invitiamo a leggere il nostro provato della Milan Games Week ed il confronto con l’originale.

Commento

La saga di Resident Evil ne ha passate tante. Ha vissuto momenti meravigliosi, creato ambienti 3D vivi e incredibilmente spaventosi, ma si è anche trasformata in malo modo, calpestando il buon nome che porta. Nel 2017, Capcom è risorta, dando vita ad un capitolo incredibile (Resident Evil 7), un incrocio tra la modernità ed il passato, presente ancora nel cuore dei fan. Il 25 gennaio, con l’arrivo di Resident Evil 2, probabilmente assisteremo ad un’ulteriore conferma del talento di quest’azienda. Il futuro della saga pare essere molto roseo. Provate anche solo per un attimo, a pensare all’idea di alternare l’uscita di un remake con quella di un capitolo principale (Resident Evil 8, in questo caso). Se Capcom ci stia veramente pensando, non ci è dato saperlo. In ogni caso, il “Re” dei survival horror è finalmente tornato!

E voi? Cosa ne pensate di questa saga? Fatecelo sapere nei commenti.

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