Videogiochi che hanno lasciato il segno

Topgamer si appresta a spegnere la sua terza candelina e noi abbiamo quindi ben pensato di raccontarvi esperienze memorabili, di quelle che solo i videogiochi riescono ad offrire

Scritto il 08.10.2019
da Ismaele "Isma92" Mosca
I videogiochi che hanno lasciato il segno

Viaggio alla riscoperta dei ricordi e dei videogiochi segnanti del nostro passato

Non sembra vero, eppure Topgamer.it domani compie tre anni. Per celebrare quello che per noi è un grande traguardo, visto che dal nulla siamo riusciti a guadagnarci pian piano piccole soddisfazioni, abbiamo pensato di dedicare una serie di articoli nell’arco di questa settimana, dedicati appunto all’anniversario del sito. Il primo che abbiamo deciso di pubblicare riguarda i videogiochi che hanno segnato il nostro passato, forgiando i videogiocatori e gli articolisti che siamo oggi. Direi quindi di iniziare. Buona lettura.

Mafia – Antonio Rodo

Mafia

Quando penso a quale sia stata l’esperienza videoludica che più mi ha segnato ed emozionato, saltano fuori due nomi: Metal Gear (inteso come saga) e The Last of Us. Infatti chi mi conosce si aspetterebbe che io nominassi proprio questi due nomi (ne ero quasi sicuro, anche se mi aspettavo la sorpresa – NdR Ismaele). In realtà, scavando più a fondo ce n’è un altro, quello che forse più di tutti ha saputo stupirmi, considerando che all’epoca avevo all’incirca 7-8 anni. Senza troppi giri di parole, mi sto riferendo al primo Mafia, conosciuto anche con il sottotitolo The City of Lost Heaven. Questo titolo cambiò radicalmente la mia percezione della narrativa applicata ad un contesto videoludico: per la prima volta mi affezionai ai personaggi, seguivo le vicende con molto interesse e mi commossi durante la scena finale. Eppure, prima di allora pensavo che i videogiochi fossero puro e semplice intrattenimento.

Come ogni cosa che durante la tenera età mi ha particolarmente colpito, l’ho recuperato recentemente, grazie alla sua distribuzione su Steam, e devo ammettere che la magia non si è affatto spenta: le emozioni sono quelle di un tempo e la consapevolezza, unita alla maggiore età, mi ha permesso di apprezzare ancor di più quest’opera. L’open world l’ho infatti trovato vuoto, privo di qualsiasi attività collaterale; questo perché la narrativa e preponderante e la mappa è al suo servizio; esiste perché al suo interno c’è ambientata la storia di Tommy Angelo (protagonista del gioco). L’ultima cosa e poi la smetto, è che Mafia colpisce anche per il modo i cui riesce a gestirsi i tempi della narrazione, cosa che, in un contesto open world, non è mai semplice da fare. Sotto questo punto di vista non esiterei a definirlo pioniere di quello che Rockstar Games avrebbe fatto in seguito, il tutto con una veste grafica, tra l’altro, di assoluto rispetto per il 2002.

Basta, mi fermo qui, ma prima di salutarvi realmente faccio i miei più sentiti auguri a Topgamer.it, che si appresta a spegnere la terza candelina.

Dragon Quest VIII – Gennaro Schiavelli

Dragon Quest VIII - Videogiochi

Nel giugno del 2006 un accenno di calura estiva si propagava sul territorio anzitempo, mica come oggi – che vai a capire cosa diamine stia realmente succedendo. Diventava tutto così pesante ed affannoso che l’ansia pre-esami sembrava quasi una boccata d’aria fresca. La mia amata PlayStation 2 spingeva la sua ventola oltre i limiti imposti perché sapeva il bisogno che avevo, in quel preciso momento, di rintanarmi tra le sue mura. Sulla scrivania (da buon amante dei J-RPG), faceva bella mostra di sé Dragon Quest VIII: L’odissea del Re Maledetto, uscito nell’aprile dello stesso anno. Scelsi così il mio fidato amico di mille battaglie (di cui ora addirittura compare), ed iniziammo insieme questo lungo cammino, irto, dove l’Eroe, poteva contare sull’aiuto costante di Yangus, proprio come io potevo contare sulla lungimiranza e le capacità di lettura (specie in battaglia), di Francesco (per me, da sempre, Seme).

Eravamo pervasi da un senso di estasi costante che non accennava a diminuire e che ci spingeva ad esplorare terre a noi ignare. La bontà tecnica del gioco, il character design di Akira Toriyama e il susseguirsi degli eventi accompagnati da musiche orchestrali ci avevano fatto praticamente perdere qualsivoglia contatto con la realtà; era tutto così magico. E fu così che il titolo ci guidò fino alle soglie dell’esame di Stato, senza che ce ne rendessimo conto e senza essere adeguatamente preparati. Mettemmo a nudo le nostre difese, affidandoci alla buona sorte e gettando a terra scudo e spada poiché, invece di studiare, dedicammo buona parte del nostro tempo allo sterminio dei Silver Slime (per velocizzare l’ottenimento dei punti esperienza). Fortunatamente, dopo tanto sudare (in entrambi i casi), ne uscimmo vincitori. All’urlo di gioia seguì però il pianto di chi sapeva che noi, poco più che diciottenni, ci saremmo separati per intraprendere la nostra personale avventura: la vita.

Journey – Claudio Cugliandro

Journey - Videogiochi

Ci sono quei videogiochi che ti cambiano la vita senza che tu lo sappia. Li giochi, li finisci, togli il CD o disinstalli l’app e vai avanti con la tua giornata, convinto d’aver solo finito l’ennesimo gioco. E invece, come se non fosse accaduto niente, quell’esperienza ti entra dentro, ti cattura il cuore e la mente, e non se ne andrà mai più: rimarrà lì, come una presenza ingombrante, incapace di lasciarci vivere allo stesso modo ciò che un tempo ci avrebbe emozionato. M’ha un po’ rovinato la vita, Journey, a pensarci: mentre intorno a me amici e conoscenti si esaltano per questo o quell’altro gioco, la mia mente torna sempre lì, a quelle distese di sabbia così vuote e quindi piene, a quei ritmi perfetti d’esplorazione spaziale ed emotiva, a quel concentrato idilliaco e impareggiabile di riflessioni, pensieri, emozioni, detto e non detto. E oggi mi ritrovo, a distanza di svariati anni, a ricercare ancora quei salti, a desiderare quei tempi, a immaginare il potenziale di nuove esperienze così pure e nette, decise, chiare, cristalline nel porsi un obiettivo specifico, e perseguirlo senza intralci, a costo di rischiare tutto, di apparire banali, poco tradizionali, fuori dai canoni, presuntosi e supponenti. E quindi sì, Jenova Chen m’ha un po’ rovinato la vita, ma me l’ha anche resa un po’ più bella; un po’ più umana.

Kingdom Hearts Saga – Roby Pisani

Kingdom Hearts - Videogiochi

Se volessi descrivere la storia di Kingdom Hearts in poche righe non sarebbe assolutamente possibile, ma cercherò di trasmettervi le stesse emozioni provate durante gli anni in compagnia della saga più bella e complicata al mondo. La storia di Kingdom Hearts ti mette nei panni di alcuni amici che stanno per perdersi, ritrovarsi, ma, soprattutto, allontanarsi dai propri destini. La storia di questa saga è alquanto complicata, talvolta confusa e con dei retroscena che mi hanno saputo tenere incollato allo schermo per ore, in attesa di concludere l’avventura intrapresa. La serie di Kingdom Hearts è suddivisa in diversi capitoli, ognuno di esso è collegato all’altro in maniera eccezionale: per comprendere la trama è necessario completare e giocare ogni singolo capitolo uscito sulle precedenti generazioni di console; saltare un solo titolo significherà allontanarsi dalla magia che solo questa saga può offrire. L’atmosfera dei mondi targati Disney e Square Enix mi ha sempre dato quella sensazione di completezza e appagamento, portandomi ad intraprendere un viaggio ricco di ricordi, colori e amore. Ebbene sì, la saga di Kingdom Hearts è in grado di portarci anche a questo, a rispettare l’equilibrio del mondo e dell’amicizia che, ricordiamo, è il fulcro dell’intera opera multimediale.

Se credete che l’amicizia possa essere qualcosa di passaggio, vi sbagliate di grosso: Sora, Pippo, Paperino, Riku e Kairi ci insegneranno ad essere uniti, a valutare bene il significato di AMICIZIA e di quanto sia importante proteggere e difendere il significato di questa parola (o almeno lo ha fatto di sicuro con me). Il viaggio di Sora mi ha portato a visitare due reami che, in qualche modo, ci rappresentano anche nel mondo in cui viviamo: la luce e l’oscurità sono le due realtà che bisogna affrontare nel mondo di gioco; a volte sarà la luce a prevalere sull’oscurità e viceversa, ma non c’è vita senza luce come non c’è senza oscurità; questo sarà l’equilibrio che cercheremo di tenere in vita. Il viaggio si è concluso con il terzo ed ultimo capitolo della saga, lì dove ho dovuto affrontare tutti i nemici incontrati nei precedenti capitoli, in particolare il grande Maestro, Xehanort: quest’ultimo è pronto a scatenare la guerra dei Keyblade, ovvero una delle battaglie più temute dagli eroi che hanno già affrontato la medesima battaglia molti anni addietro. La resa dei conti tra il bene e il male ed è compito di Sora affrontare e porgere fine a questa inutile e insensata lotta tra Luce ed Oscurità. Kingdom Hearts resta, per tutti i fan della serie e non, una delle serie più emozionanti, divertenti e innovative mai create all’interno del panorama videoludico. Se qualcuno mi dovesse chiedere se i videogiochi istigano alla violenza, personalmente parlando gli offrirei una copia di Kingdom Hearts per dissuaderlo da questo grande e complicato tema.

Her Story – Luca Parri

Her Story

Il motivo per cui sono così tanto legato a Her Story è sicuramente relativo al modo in cui si avvicina e strizza l’occhio al cinema: non tanto per una sovrapposizione di modi o di linguaggi, ma principalmente per quanto la fascinazione passiva di guardare un lungometraggio sia trasposta 1:1 in questo videogioco, rendendola la meccanica cardine dell’intera esperienza. La storia che Sam Barlow ha scritto e orchestrato punta direttamente a quel nervo scoperto presente in ciascuna persona; quella malcelata perversione voyeuristica che si collega ai fatti di cronaca nera e a tutto ciò che riguarda episodi di violenza domestica e omicidio che diventano notizia. Lo scalpore e lo scandalo, però, qui vengono soppiantati da una diffusa scomodità e inopportunità riguardo lo scavare così a fondo in vicende giudiziarie che presto si confondono e sovrappongono con la vita privata delle persone coinvolte. Her Story è un viaggio che ha inizio e fine soltanto quando il giocatore è capace di seguire un filo senza farsi ingannare dalla presunta necessità di cercare una verità o, ancor peggio, di conoscere la vita degli altri. Uno spioncino verso un mondo che non è mai realmente del giocatore, che lo inganna a più riprese e lo seduce, diretto ed eseguito in modo tale da far apparire ambigua – o anzi quasi inesistente – la differenza tra attività e passività nei videogiochi.

The Legend of Zelda: Ocarina of Time – Ismaele “Isma92” Mosca

Zelda Ocarina of Time - Videogiochi

Cos’altro mai potrei aggiungere oltre a quanto sapientemente descritto dai miei colleghi, amici e compagni di viaggio? Ognuno di loro è segnato da videogiochi specifici o da una saga in particolare e tutti sono legati da esperienze diverse, ma con un elemento in comune: ricordi ed emozioni impressi nel cuore. E quando ripenso a tutto questo non può che ricalcarmi la mente un unico solo grande capolavoro: The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Ai tempi ero un pischello, cresciuto a pane e Super Famicom e quando avevo cinque anni, A Link to the Past rappresentava tutto ciò che potessi desiderare da un videogioco. Poi arrivò Ocarina of Time, mio fratello maggiore che fece apparire quasi come per magia una copia dall’immensa tasca del suo defunto giubbotto verde, la recensione di Mirko “TMB” Marangon sulla vecchia rivista Official Nintendo Magazine, e amore fu. La leggenda tramutava in realtà, su schermo; dinanzi a me, tutto ciò a cui non ero ancora abituato: emozioni tuttora indescrivibili.

La serie Zelda è in generale la mia preferita in assoluto; quella che mi spinse nel 2010 a fondare una community ad essa dedicata e che in Italia fu tutto sommato una piccola realtà, seppur di nicchia. Ma è ad Ocarina che sono relegati i ricordi più cari e se oggi sono qui a scrivervi è proprio perché la recensione a cui prima ho fatto riferimento è quella che mi ha spinto a fare questo nella vita. Avevo a malapena sei anni e l’articolo di Marangon mi fece capire che anch’io in futuro avrei voluto scrivere di videogiochi. Così come Zelda mi ha sempre fatto sognare di fare il game designer (in questo ambito ho invece collezionato alcuni fallimenti, ma non demordo).

Poi arrivò il Great Deku Tree, il boss da scorgere con la visuale soggettiva prima del combattimento, il percorso giusto nelle Lost Woods da trovare seguendo la musica, il sogno dell’eroe che diventa realtà, la Master Sword che improvvisamente sigilla Link per sette anni, ritrovandosi un adulto con ancora il cuore di un bambino, il Forest Temple che tutt’oggi ritengo Il Dungeon per antonomasia, la scalata nel castello finale con il sottofondo dinamico perché è Ganondorf a suonare l’organo, l’epica battaglia decisiva e quella schermata con Link e Zelda bambini, lì dove si sono incontrati per la prima volta, che mette la parola fine ad una delle più belle avventure videoludiche di tutti i tempi. Il motivo per cui amo Ocarina of Time, la serie in generale e i videogiochi; ciò che mi sprona a scrivere di esperienze ed emozioni. La mia vita senza il capolavoro Nintendo non sarebbe stata la stessa ed oggi non sarei di certo qui a raccontarvelo. Grazie, Ocarina of Time. Grazie, Shigeru Miyamoto.

Tanti auguri Topgamer.it e tanti videogiochi

Come mi o solito, mi sono dilungato un po’ troppo, ma mi auguro che io ed i miei compagni di viaggio siamo riusciti a trasmettervi anche solo un po’ di quello che sono significate per noi queste opere. In un modo o nell’altro, le esperienze ci accomunano; ci hanno resi gli appassionati che siamo ancora oggi e sono proprio questi intensi ricordi a darci la forza e la voglia di continuare a scrivere, sempre. Perché l’amore per i videogiochi ci ha resi quello che siamo e anche un sito web si sorregge su quelle che sono le esperienze di ognuno di noi. Quindi, tanti auguri Topgamer.it. Con la speranza che il nostro lavoro sia sempre ben accetto, per continuare ad andare avanti, spronati soprattutto dal vostro supporto. Checché se ne dica, i videogiochi sono una cosa bella.

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