The Legend of Zelda: Breath of the Wild è il collegamento tra passato, presente e futuro

Scritto il 22.04.2020
da Nicholas Maurizio Mercurio

Tutto parte dalla natura. Aprire gli occhi, dopo cento anni da un avvenimento catastrofico per il mondo di Hyrule, sarebbe impervio per chiunque. Nessuno può immaginare come possa sentirsi qualcuno che ha perso la memoria a causa di una forza malefica che prende energia da ogni essere vivente per poi espandere la propria corruzione e concentrarla per annientare la vita.
The Legend of Zelda: Breath of the Wild parte in questa direzione. Fin dal primo momento, quando Link si risveglia al Santuario delle Origini, quello che viene immediatamente espresso è questa catena di eventi che il videogiocatore vive in prima persona. Ganon, una vera e propria calamità, ha prosciugato parte dell’entusiasmo di chi viveva nella natura, a stretto contatto con essa.
A resistere sono i villaggi di Calbarico e Finterra, lontani e nascosti dalla calamità Ganon che costringe la principessa Zelda, l’unica speranza per Hyrule, a una prigionia forzata.
Attraverso il suo viaggio nelle regioni di Hyrule, Link avrà il compito di liberarla e riportarla indietro, dando così una speranza all’interno regno ormai sull’orlo del collasso e dell’annientamento causato dalla furia di Ganon.

Se non altro, la trama di The Legend of Zelda: Breath of the Wild è legata alla letteratura quanto a un’intera serie che è tornata in auge soprattutto grazie a quest’ultimo capitolo, facendo riscoprire al videogiocatore un’impronta e un’innovazione su diverse scelte riprese anche da Ocarina of Time, ma contestualizzate con un’impronta che riscopre la bellezza di un mondo aperto, vivo e imprevedibile.
Seppure il mondo di gioco appaia guidato, a volte, è strutturato con estrema cura al dettaglio per rendere l’esperienza ludica fluida e senza intoppi, se non in rare occasioni che ho notato durante la mia prova effettiva sul titolo, che ancora non ho concluso perché ho scelto di osservare un elemento trainante e importante: l’esplorazione. Ma procediamo con ordine.

Per conoscere un mondo e apprenderlo, è necessario capire dove mettere i piedi e pensare quale possa essere l’obiettivo da seguire. Non per niente, è necessario pianificare, pensare e arrivare a una conclusione per raggiungere un obiettivo.
The Legend of Zelda: Breath of the Wild segue una direzione per niente fraintendibile in tal senso, rendendo già chiara la sua impronta nelle prime ore di gioco. A differenziare, però, l’intera egemonia è quale sia l’obiettivo che sceglie il videogiocatore passo per passo.
Non è un’accozzaglia di elementi inseriti a rendere The Legend of Zelda: Breath of the Wild un titolo unico nel suo genere, tanto profondo quanto ben strutturato, ma è il suo carattere sandbox, con elementi marginali da gioco di ruolo, raccolta di materiali per la sopravvivenza e una spiccata volontà di prestare il fianco alla libertà d’approccio del videogiocatore durante l’intera esperienza.

Se comparato ad altre produzioni, The Legend of Zelda: Breath of the Wild non è inferiore a nessuno per proposta di un mondo vivo e aperto alle possibilità del videogiocatore. Quel che riesce a scalfire, però, è una nuova intenzione con cui si approccia al mercato e all’arte con un’intensità che si ricollega al discorso precedente sulle possibilità che offre, come l’esplorazione.
In tal senso, vivere la mappa di Breath of the Wild è andare di pari passo mentre quello che si ha attorno muta, indissolubilmente anche per Link. Comprendere quali armi scegliere e sperare che non si rompano durante uno scontro, per esempio, è una scelta ben amalgamata che offre altrettante possibilità d’approccio, originale a tal punto da risultare unica. Nonostante le armi siano sempre le stesse, a meno che non siano quelle speciali o leggendarie, il senso di confusione che si prova a causa di un’arma rotta si affaccia alla paura, al timore di non riuscire a vincere lo scontro. Il sistema di combattimento non è memorabile, ma è comunque rapido, non si perde.
Con lo scudo è possibile effettuare una deviazione per poi contrattaccare, oltre ad avere delle ampie possibilità di schivata quando si affronta un nemico con una clava, a meno che non la mulini e non si abbia abbastanza sangue freddo per impedire che si abbatta sul nostro eroe.

Breath of the Wild è veloce, non perde tempo: mostra e rende possibile qualsiasi viaggio in una libera esplorazione, ma si incastra quando Link viene ferito ed è necessario accedere all’inventario per curarlo tramite il cibo o una pozione.
Auspicando che nel prossimo titolo della serie venga aggiunta una barra degli strumenti per velocizzare ancora di più l’esperienza, in maniera tale che il videogiocatore possa non incespicarsi nei comandi, era fondamentale farlo notare per un miglioramento complessivo che può essere apportato per il futuro.

Da diverse comparazioni…

Tornando al mondo aperto, l’arte intera ne ha visti parecchi e alcuni di essi hanno mutato alcuni standard importanti che già avevano una formula interessante grazie a Morrowind, ma non erano approfonditi.
Oblivion, nel 2005, fu una sorpresa capace di portare Bethesda a trattare del fantasy con un’epicità fuori scala, raggiungendo poi il massimo della propria notorietà grazie a Skyrim e alla serie di Fallout. Opere realmente differenti da Breath of the Wild, ma ancora oggi capaci di specchiarsi e risvegliare l’affetto per i mondi aperti nei videogiochi per i videogiocatori.
Skyrim proponeva un mondo ghiacciato, al collasso, ormai consumato da lotte intestine e che contava sull’aiuto di un eroe indomito.

Una similitudine che non innova il fantasy, siccome nella letteratura e nell’industria videoludica, da Drakensang fino a Dragon Age, da “Il Signore degli Anelli” a toni più epici come l’Orlando Furioso, si assiste spesso a questa mancanza di originalità.
Eppure, a essere portante e integrativa è la maniera con cui viene posta. Se in Skyrim il videogiocatore sceglie di essere chi vuole, in The Legend of Zelda: Breath of the Wild il mondo diviene quello che Link vede, e non si sente affatto una mancanza in tal senso di una creazione da zero di un proprio personaggio.
Va detto: sono due opere completamente diverse, ma nessuna delle due, ora che il mondo aperto è anche fin troppo abusato, migliore o peggiore l’una dall’altra.

In questa generazione, un titolo che propone elementi come il viaggio, la preparazione e il senso di totale immersione nell’ambiente circostante, permeato poi da una trama scritta e curata da Andrzej Sapkowski, è The Witcher 3.
Per capirne l’evoluzione negli anni, è necessario fare un salto indietro nel tempo al 2007, con un primo progetto all’epoca stagnante, che offriva delle aree piccole in cui svolgere delle attività.
Con The Witcher 2, uscito nel 2011, le zone erano ancora piccole, ma meglio delineate e già si aveva un assaggio di quello che sarebbe giunto nel futuro.
Attraverso The Witcher 3, che ha portato a un livello superiore per quanto riguarda i videogiochi a mondo aperto, le aree sono piene di attività da svolgere, come i contratti e le varie azioni giornaliere che Geralt svolge per prepararsi a uno scontro, oltre a tanti elementi portanti e integrativi.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild, rispetto a questi due titoli, non ha nulla da invidiare. Non è un titolo affatto vuoto: propone un differente metodo per intendere il proprio concetto di mondo aperto, e lo fa con un’originalità su una console totalmente inedita. Scoprire un sacrario nell’imponente mappa di gioco, avanzando adagio e comparando molte differenze col passato tra enigmi sempre diversi, è talmente profondo da risultare appagante, quasi attrattivo per quanto l’intera sistema ludico funzioni con fluidità.

Mettersi alla ricerca di tesori ascoltando un dialogo fra NPC, raccogliere del materiale per un’esplorazione in un luogo che ancora non si è visitato o continuare la trama mantiene costantemente un ampio senso d’esperienza, capace di raggiungere momenti di reale meraviglia, concentrato fedelmente in un’esperienza che non si dipana né finisce laddove si pensa di aver concluso.
I sacrari sono un esempio, ma l’esperienza in The Legend of Zelda: Breath of the Wild, rispetto a tante altre produzioni, non finisce lì; anzi, continua, matura, diventa sempre diversa e si prende anche i suoi tempi, pur mantenendo fluidità in un senso narrativo e ludico senza precedenti.

La capacità con cui si esprime, quando il videogiocatore avanza, rispecchia esattamente un’evoluzione importante per Nintendo quanto per il panorama dell’intero settore.
Non è solo il suo design a colpire. A essere ancora più struggente, in termini ludici quanto narrativi, è la sua volontà di mostrare una storia mentre Link ne segue altrettante.
Da una banale raccolta di polli nel Vilaggio Calbarico, a ritrovare tesori, a trovare la sua spada sacra, capace di abbattere il male ed estinguere la corruzione. Questa essenza, talmente importante da risultare commovente, mi ha ricordato quando giocavo al pc a Drakensang, da bambino, un titolo dimenticabile che però manteneva nel suo aspetto più intimo questa meravigliosa intenzione, legata a una banalissima trama come la lotta contro il male che in The Witcher mantiene un aspetto neutro attraverso ciò che Geralt sceglie.

A essere, poi, ancora più lampante, superiore a un’espressione che ben pochi titoli riescono a mantenere, è la fedeltà riguardante ogni zona abitata da creature differenti tra loro. Gli Zora, popolo legato all’acqua e a una vita diversa dagli Hylia, la stirpe di Link, sono rappresentanti di pace e armonia, custodi di saggezza.
Anche loro sono colpiti dalla corruzione di Ganon, che rappresenta quello che fu Sauron per l’intera Terra di Mezzo e per chi tradì, come narrato ne “Il Silmarillion”, qualunque essere vivente.

Non solo legato alla letteratura…

Non dimentichiamo che The Legend of Zelda arriva dalle sapienti mani di Shigeru Miyamoto e Takashi Tezuka, dalle composizioni Kōji Kondō e si ricollega alla filosofia nipponica quanto a quella europea.
Per collocare The Legend of Zelda a un genere, è dunque necessario, prima di tutto, conoscere quali siano i rimandi a due culture che si incontrano creando un’opera che si allarga ben oltre il significato ludico.

A tal proposito, questo si nota quando il videogiocatore muove per la prima volta Link e durante l’intera avventura. Ogni decisione spetta al videogiocatore, che interagisce con Link fino a determinare totalmente un apparato interessante su cui si ricollega ampiamente l’intera avventura. Non più dinamica come in passato, ma libera a discrezione del videogiocatore, che sceglie l’approccio migliore per qualsiasi situazione che gli viene proposta.
Un’altra curiosità, su cui ho deciso di soffermarmi, è quanto Zelda riesca a catturare elementi dalla cultura europea, in particolare da quella nostrana, a quella francese, al paganesimo e al cristianesimo.

Il fuoco è sempre un elemento portante in qualsiasi produzione, ma è una soluzione a tanti problemi nella proposta ludica dell’intero titolo. In particolare, il termine “Origini”, come preludio iniziale al titolo, luogo in cui Link si troverà per la prima volta, è quello che mi colpisce di più.
Secondo la Genesi, il principio della vita iniziò dalle origini del mondo. Secondo altre opere antecedenti alle Sacre Scritture, quello che allarga ampiamente l’orizzonte è il significato che viene dato alla realtà che vede Link come collegamento tra il mondo di Hyrule al nostro attraverso il videogiocatore, che diviene interazione mentre sviluppa la sua esperienza.
Ed è qui che The Legend of Zelda: Breath of the Wild raggiunge un ampio margine di crescita fino a diventare un titolo, rispetto agli altri citati e presi in esempio perché del genere fantasy, a scalfire quella monotonia proponendo un’esperienza ludica che va ben oltre la solita argomentazione fine a se stessa di un mondo aperto.

La lettura di quest’ultimo, in tal senso, parte su valori importanti come l’interazione, al collegamento, appunto, tra il videogiocatore e Link, che è, in sintesi, un’anima che si muove e vive, respira ed è una nota di quel mondo né assonante, né stridente, né silenziosa e tanto meno messa lì per fare da cornice.

Ma è, e riescono ben pochi personaggi a essere così integrativi, a divenire una dimostrazione lampante di quanto l’intera esperienza combini una sinergia di emozioni che vanno a colmare totalmente quanto mostrato da The Legend of Zelda: Breath of the Wild.

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