Chernobyl – Recensione della serie TV Sky Originals/HBO

Recensione della serie televisiva Chernobyl dedicata al disastro nucleare avvenuto in Ucraina nel 1986, prodotta in collaborazione tra Sky e HBO.

Scritto il 12.07.2019
da Luca Parri
Chernobyl - Recensione

Acclamata a gran voce dalla critica – che l’ha proiettata nella prima posizione di tutti i database di recensioni del settore –, apprezzata in modo trasversale da pubblici totalmente differenti, osteggiata dal governo russo e (forse) male-interpretata dalla destra statunitense. Chernobyl è, proprio per questi motivi, una gigantesca rivincita per i due suoi autori, Craig Mazin e Johan Renck. Qui vengono abbandonati i panni del regista e sceneggiatore di film comici di massa (del primo) e di regista-mercenario di serie TV dall’alto budget (del secondo) in favore di una prospettiva più autoriale e impegnata, coadiuvata dall’esperienza maturata nel mercato mainstream che rende il prodotto appetibile su livelli apparentemente molto distanti.
In questa recensione, cercherò di snocciolare quei dettagli che mi hanno convinto della mini-serie e ragionare sui pensieri che ha suscitato in me. Per capire cosa rappresentano l’incidente al reattore 4 della centrale nucleare, a trentatré anni di distanza, e la sua trasposizione audiovisiva a puntate.

chernobyl Serie TV

(an)estetica del dolore

La componente più evidente, fondante e fondamentale del prodotto, è certamente la sua potenza estetica. I momenti di profondo pathos, sempre molto alto ma mai pietoso o artificioso, sono sempre estremamente suggestivi, grafici, estremi, tanto per la messa in scena quanto per il loro contenuto. Chernobyl nasconde il suo senso e la sua essenza nella vestizione dei palombari che si introducono nella centrale nucleare come fossero dei cavalieri pronti ad affrontare un drago; nei bambini che saltano e giocano nella cenere radioattiva pensando sia neve; nel tocco tra le mani di un pompiere gravemente sfigurato e sul punto di morte e la sua incinta e disperata moglie. Vive, e si vive guardandola, di situazioni che durano minuti piuttosto che di un unicum narrativo e, il tutto, risulta decisamente più efficace di quanto sarebbe potuto essere nel secondo caso: l’esplicita connotazione visiva, il bello in senso stretto dell’appagamento di ciò che si sta vedendo, lenisce ma al contempo acuisce la tragicità delle scene e di tutta la vicenda. Una sorta di medicina dal retrogusto acre ma confezionato in pastiglie incredibilmente attraenti; una dicotomia sorprendente che ammalia e attira lo spettatore verso situazioni forti e al limite dell’accettabilità televisiva. Un’operazione che fa venire fuori in modo ancor più evidente quella ricerca sulla trasversalità di pubblico di cui nell’introduzione.

Chernobyl crea, guardandola, la sensazione contemporanea di meraviglia verso la forma e disgusto e riluttanza verso il contenuto. Una subliminale cura al dolore che diventa essa stessa patimento e violenta malattia. L’estetica diventa quindi anestetica nel senso medico del termine. Lo spettatore si perde nei ralenti e nei crescendo musicali, subendo il contenuto pesante, quasi senza accorgersene, ma avendo poi recepito in modo inequivocabile il messaggio.

chernobyl

Licenze poetiche e ricostruzioni imperfette

“Essere scienziati, vuol dire essere ingenui. Siamo talmente tanto concentrati sulla ricerca della verità che non ci accorgiamo quante poche persone vogliano che noi la troviamo. Ma resta sempre lì; a prescindere che noi la vediamo o meno, a prescindere che noi scegliamo di vederla o meno. La verità non si interessa dei nostri bisogni e desideri, resterà lì a giacere in attesa per tutto il tempo.”

Valerij Alekseevič Legasov

Ricostruire un dramma con l’arte significa, per forza di cose, tagliare sistematicamente fuori l’oggettivo facendovi subentrare in qualche modo la metafora, il simbolismo e, più in generale, i propri sguardo e giudizio su quel particolare evento. È questo, prima di qualunque altra considerazione, che dobbiamo avere bene in mente quando andiamo a valutare e ragionare sulla serie anglo-americana Chernobyl. È totalmente umano il fatto che alcuni accenti siano stati distorti e modificati dagli autori della serie ed è uno dei principi fondamentali dell’atto artistico. Creare storie e raccontarle è prima di tutto farle proprie e filtrarle attraverso la propria morale. L’arte, anche quando è documentaria non è documento fedele in assoluto, ma un insieme complesso di sensazioni che chi lo ha realizzato ha provato e vuole trasmettere all’utente finale della data opera. Modifiche, riduzioni e distorsioni servono per rendere più palese ciò che chi realizza vuole dire, se opportunamente rese credibili ed esenti di forzature.

Quella qui sopra è una premessa forse esageratamente enfatica e lunga, ma incredibilmente necessaria per aiutarci a capire dove il programma funziona e perché lo fa. Chernobyl è una serie che vive di momenti più che di ricostruzioni, di situazioni pensate per far arrivare determinate suggestioni piuttosto che della progressione lineare all’interno dell’inchiesta svolta da Legasov e dai cento scienziati che lo hanno aiutato (sostituiti nella serie dalla mai esistita, ma funzionale al messaggio, fisica nucleare Ulana Khumyuk). Si crea una spaccatura efficacissima grazie a questa esposizione: da un lato la volontà di dare uno specifico tono al tutto, dall’altro il rigoroso percorso di ricerca verso la verità che gli stessi personaggi tracciano durante i cinque episodi. Un conflitto che tende sempre verso il primo punto, con esempi come quello già riportato della co-protagonista, Ulana, ma che non si risparmia il fardello di dover ritrovare il bandolo della matassa alla fine dell’episodio conclusivo tramite un toccante ricapitolo di tutto ciò che è successo ai vari personaggi, comprese le vittime, in seguito al processo del 1987. Una durissima connessione con la realtà che arriva in modo totalmente inaspettato da parte dello spettatore, che lo riporta davanti alla verità e che accentua ancor di più la fondamentale importanza di raccontare qualcosa seguendo le proprie priorità. A tal proposito è utilissima e sicuramente volontaria la frase detta da Legasov con cui si conclude la serie che trovate all’inizio di questo paragrafo.

Scena

Conclusioni: cosa rappresenta Chernobyl?

Dare un’interpretazione unica e universale della serie è sostanzialmente inutile, oltre che impossibile. Per i russi è stata tacciata di revisionismo e di propaganda anti-Putin, il governo americano l’ha sfruttata per sottolineare gli errori del comunismo e cogliere l’occasione per schernire chi, da progressista, crede ancora nei valori della sinistra. Un aiuto su come potremmo interpretare il lavoro di Renck e Mazin, però, ci arriva da quest’ultimo. In un tweet in risposta a un senatore americano, infatti, il co-creatore di Chernobyl ha sottolineato come il principale obiettivo della serie non fosse parlare del 1986 ma, attraverso esso, del 2019 e di come la questione internazionale sia fortemente orientata da discorsi propagandistici che oscurano e distorcono le prospettive. Come l’infinita burocratizzazione, gerarchia e dipendenza da un leader dell’Unione Sovietica ha impedito di risolvere uno dei più eclatanti disastri ambientali della nostra storia, anche la conflittualità e la gestione delle persone (e non del “capitale umano”, come spesso viene chiamato) potrebbero toglierci la possibilità in un futuro non troppo lontano di prevenire altri grandi tragedie.

Valutazione di TopGamer
Quella proposta da HBO e Sky è una Chernobyl estetizzante e brutale come i palazzi di Pripyat e i pugni di cemento che circondano la centrale nucleare. Una discesa negli inferi inevitabile. Una post-apocalisse reale e realistica che non si pone mai troppo il problema di essere documento o testimonianza pedissequamente oggettiva preferendo anzitempo situazioni e momenti di assoluto lirismo e metafora (anche del contemporaneo) alla ricostruzione perfetta.
PRO
  • L'obiettivo della serie non è di sola ricostruzione dei fatti
  • Facilmente comprensibile da chiunque
  • Formalmente e esteticamente appagante
CONTRO
  • Sconsigliata a persone facilmente impressionabili
8.5/10
VOTAZIONE
Valutazione lettori
4,00/5
1 voti
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