Detroit: Become Human – Recensione

Un viaggio alla ricerca dell'umanità

Scritto il 27.05.2018
da Antonio Rodo

Nato alla GDC del 2013 come tech demo chiamata, Kara, Detroit: Become Human è finalmente tra noi. Quantic Dream, lo studio che si è occupato dello sviluppo del titolo, vanta un curriculum glorioso: Fahrenheit, Heavy Rain e Beyond Two Souls, sono tutti dei grandissimi giochi, afflitti però, da alcune magagne, che, il creativo francese, David Cage si è sempre portato dietro: ricordiamo i tantissimi buchi narrativi di Heavy Rain o delle sequenze poco ispirate come Navajo (uno dei capitoli di Beyond Two Souls). Tutto ciò fortunatamente è quasi sparito del tutto, dico quasi perché purtroppo, permangono alcuni difetti storici, come sequenze mal introdotte e delle accelerazioni narrative, che dimostrano un po’ di pigrizia da parte degli sviluppatori, che avrebbero potuto approfondire meglio, alcuni aspetti importanti.

Complessivamente Detroit: Become Human è un prodotto eccelso, indubbiamente il migliore di Quantic Dream. Riesce nell’intento di raccontarci tre personaggi dal carattere molto sfaccettato e complesso, inciampando solamente in alcuni aspetti.

Kara, Markus e Connor

Quantic Dream, per Detroit: Become Human ha scelto una strada assai insidiosa, ovvero il conflitto tra l’uomo e la macchina, ampiamente esplorato sia nella letteratura che al cinema. Ma l’originalità non è tutto, esistono tantissimi videogiochi: da Call of Duty a Battlefield, che ci narrano i due conflitti mondiali, ma, ognuno di essi lo fa a suo modo, inserendo i propri personaggi. Ed è ciò che accade in Detroit, gli sviluppatori pur partendo da un setting ormai consumato negli anni, sono riusciti a renderlo avvincente, grazie a dei personaggi ben delineati all’interno della storia, e a un lato artistico eccellente.

La storia si apre con Connor, l’androide più sviluppato della Cyberlife, (un’azienda multinazionale che ha creato questa nuova specie, che entrerà in conflitto con gli esseri umani), esso è stato programmato per occuparsi dei devianti, degli androidi che si stanno avvicinano sempre di più agli esseri umani, sviluppando empatia nei confronti di alcune persone, riuscendo persino a provare emozioni forti, sia positive che negative. Quindi il compito di Connor, sarà proprio quello di combattere la propria razza, ma saremo noi giocatori, grazie alle scelte, a influenzare l’andamento della storia. Connor è un personaggio rigido, scontroso e obediente al proprio protocollo come un cagnolino ammaestrato, questo suo atteggiamento gli causerà parecchi problemi, non appena verrà assegnato al tenente Hank. Essi rappresentano un duo ben assortito e funzionale, sono due personalità molto valide, ognuna col proprio background narrativo, che fa da collante per gli avvenimenti futuri, affidati quasi completamente alle scelte del giocatore.

Kara è un androide che verrà affidato a una famiglia, composta da due membri: il padre e la bambina. La famiglia sta attraversando un periodo difficile, il lascito della moglie e la situazione economica, contribuiscono a creare un’atmosfera, tutt’altro che piacevole. Il padre Todd, spesso e volentieri fa uso di droghe e sfoga tutta la sua rabbia sulla povera Alice. Il tutto davanti gli occhi, di un freddo androide progettato per obbedire al proprio software. Ma nel profondo c’è qualcosa, un briciolo di umanità, che crescerà sempre di più, fino ad esplodere, nel giorno in cui Kara non ne potrà più di occuparsi della famiglia, ma, soprattutto di vedere l’innocente e indifesa Alice picchiata dal padre, deciderà quindi, di scappare insieme alla bambina, incamminandosi per un lungo viaggio, senza una metà. Inizia così, questa triste storia che vedrà Kara e Alice, alla ricerca di uno scopo, in grado di dargli uno stimolo per campare.

Terzo e ultimo protagonista, Markus è un androide affidato a un povero vecchio ormai prossimo alla morte. Egli è un personaggio, che, a differenza degli altri due, si sviluppa in modo frettoloso, ma fortunatamente col passare delle ore, riesce a conquistarci sempre di più, diventando il motore della narrazione. Infatti superata la prima fase della sua storia, Markus andrà alla ricerca di Jericho, un’organizzazione, che rappresenta l’ultima speranza per i devianti. È proprio a partire da questo momento, che Markus diventerà una vera e propria macchina da guerra, pronta a rivendicare i diritti che spetterebbero agli androidi.

Descritte in questo modo, sembrano tre storie assestanti, indipendenti l’una dall’altra. Lo sono per la prima metà di gioco, dopo le tre storie si intrecceranno in un modo molto convincente, di gran lunga superiore a Heavy Rain, che presentava alcuni intrecci forzati, come per esempio la scena del motel, nella quale si incontrano Madison e Ethan.

Immaginate la trama di Detroit, come la mappa concettuale di una tesi, il cui argomento principale è rappresentato dalla storia di Markus, mentre quella degli altri due si aggancia ad essa. Markus quindi, è l’elemento trainante della narrazione, che la farà ingranare senza più fermarsi, fino ai titoli di coda.

Detroit: Become Human, è un prodotto maturo, la narrazione mette in ballo tematiche forti: che spaziano da una distopia fatta di intelligenze artificiali in crisi di identità, un futuro che sta sempre diventando meno umano fino ad arrivare a tematiche molto più comuni come la schiavitù e la libertà. L’avventura si apre proprio con un dettaglio che mi ha particolarmente colpito, che rischia tra l’altro di passare pure inosservato, Sul pavimento c’è un pesce rosso, boccheggia, è ancora vivo, caduto chissà come dall’acquario è lì, per terra, in attesa dell’ultimo respiro. Oppure di qualcuno che lo salvi rimettendolo nella sua vasca. Qualcuno tipo te, il giocatore. Quindi fin dall’inizio Detroit, ci propone delle scelte, che indipendentemente dalla loro importanza, contribuiranno a rendere i nostri androidi sempre più umani.

Rispetto al passato, il ritmo è sempre elevato, e sono davvero poche le situazioni noiose. La storia procede spedita fino alla fine, con un racconto semplice ma efficace, arricchito da molti colpi di scena e situazioni impreviste. Ci sono alcune scene dove l’ampio ventaglio di emozioni raggiunge vette inedite per Quantic Dream, se siete soggetti sensibili, avrete spesso le lacrime agli occhi.

Tantissime scelte e un forte potere decisionale.

Quantic Dream, con Detroit: Become Human, è riuscita a creare una storia pregna di bivi narrativi. La maggior parte dei capitoli sarà pesantemente modificabile, fatta eccezione per alcuni, che si presentano in modo lineare, avvicinandosi maggiormente a quanto visto nelle precedenti opere del team, che promettevano una grande libertà decisionale, senza però riuscire nell’intento. Sotto questo punto di vista, Detroit è eccellente, rappresenta ad oggi, un punto di riferimento nel genere. Rispetto al passato, i personaggi potranno morire spesso, la paura di perderli è costante, dunque bisogna prestare molta attenzione quando si affronta una scelta, o quando si è alle prese con una sequenza ricca di QTE. Nel caso in cui vogliate un’esperienza più docile, potete abbassare il livello di difficoltà dalle opzioni di gioco. Anche se il mio consiglio è quello di affrontarlo a “Esperto”, perché rappresenta il gioco nella sua identità originale, proprio come lo hanno concepito gli sviluppatori. In ogni caso se non volete correre troppi rischi, potete impostare il livello di sfida su “Principiante”, i QTE saranno molto più semplici da affrontare, e diminuirà di molto la probabilità che i protagonisti ci lascino le penne.

Le possibilità e gli sviluppi narrativi sono tantissimi, per vederli tutti sono richieste oltre trenta ore di gioco, mentre una singola run, si attesta invece, sulle dodici ore. Sono presenti inoltre dei collezionabili, che gli sviluppatori hanno sfruttato per approfondire l’impatto degli androidi sulla società in cui viviamo.

Una volta portato al termine un capitolo, ci verrà mostrato il diagramma delle scelte, una sorta di flow chart, che tiene traccia del nostro percorso narrativo, e ci informerà sui bivi non esplorati, senza però svelarli, in modo da lasciare la sorpresa al giocatore. Inoltre servendosi sempre del diagramma, sarà possibile rigiocare i capitoli partendo da vari punti di controllo, in modo da non appesantire e annoiare un giocatore, che si ritrova a dover ripetere per l’ennesima volta la stessa scena, per esplorare tutti i bivi narrativi. Tutte le volte che porteremo al termine un capitolo, a seconda di quanti bivi abbiamo visto, ci verranno assegnati dei punti, che potremo spendere nella sezione “extra” del menù principale: tra concept art, filmati che ci mostrano lo sviluppo del gioco e modelli 3d dei personaggi.

Oltre alle innumerevoli scelte da compiere, in Detroit è stato inserito anche un sistema che monitora il nostro stato di relazione con i personaggi. Infatti, all’inizio di ogni capitolo verremo informati sullo stato delle relazioni. A seconda di un risultato positivo o negativo, il rapporto tra i personaggi muterà sensibilmente, un’ottima aggiunta, che valorizza ogni scelta fatta all’interno della storia, persino quando ci troviamo a scegliere tra più linee di dialogo dovremmo stare attenti a non tirare troppo la corda, altrimenti il rapporto tra i personaggi sarà negativo.

Un gameplay, ancora una volta al servizio della narrazione.

La narrazione, nei titoli di Cage, è il cuore pulsante della produzione, quindi come sempre, lo sforzo creativo si concentra quasi esclusivamente sotto questo aspetto, presentando un gameplay, che come da tradizione è relegato ai QTE. Ciò non è assolutamente un problema, perché il titolo si presenta come un’avventura dinamica, dunque non ci si aspetta che l’anima ludica sia elaborata, ma bensì un gameplay al servizio della narrazione. Così come in Heavy Rain, Detroit ci presenta dei QTE di vario genere: si passa da una semplice pressione sui tasti ai sensori di movimento del dualshock 4 (sixaxis). Spesso appariranno anche dei tasti che vanno premuti entro un certo lasso di tempo, altrimenti l’azione non andrà a buon fine.

Ovviamente vi è la possibilità di girovagare liberamente per gli ambienti di gioco, che in questo capitolo ho trovato molto più vasti che in passato. I limiti ci sono, e sono anche parecchio fastidiosi, ma nel complesso c’è molta più possibilità di movimento e di interazione con l’ambiente.

Le sequenze di gioco che presentano più meccaniche di gameplay sono affidate a Connor, il personaggio che prende le sembianze del criminologo dell’FBI, Norman Jayden (Uno dei quattro protagonisti di Heavy Rain). Nei panni di Connor, saremo chiamati ad investigare sul caso riguardante i devianti. Servendoci di una “vista speciale”, attivabile col tasto R2 (la possiedono tutti e tre i personaggi, ma Connor vedrà più dettagli nell’ambiente, essendo l’androide più sviluppato), oltre a visualizzare gli oggetti con la quale è possibile interagire e il nostro obiettivo attuale, potremo analizzare vari indizi sulla scena del crimine, addirittura, una volta che ne avremo esaminati molti sarà possibile costruire e vedere alcuni eventi, che faranno luce su ciò che è successo. Sempre nei panni di Connor, dovremo condurre alcuni interrogatori, durante queste fasi, bisogna prestare attenzione a una barra, che ci indica lo stato di stress del sospetto, quindi bisogna scegliere con molta cautela l’approccio da utilizzare, altrimenti, in caso di fallimento, non sarà possibile ottenere in alcun modo le informazioni del sospetto.

Una bella differenza rispetto al passato è la possibilità di ruotare la telecamera di 360 gradi, non più di 180 come in Beyond Two Souls, inoltre sono tornate le inquadrature statiche, che il giocatore può cambiare con la pressione del tasto R1, utili soprattutto negli ambienti al chiuso.

L’interazione con gli oggetti, è stata assegnata alla levetta destra, eseguendo il movimento indicato a schermo (proprio come accadeva in Beyond).

Importante sottolineare, che ogni personaggio ha una propria peculiarità: nei panni di Kara spesso dovremo agire di soppiatto evitando le guardie, ripescando le meccaniche di cover system di Beyond Two Souls. Markus potrà precostruire alcune situazioni prima di eseguirle, in modo da agire senza correre rischi. Infine nei panni di Connor, come già detto, dovremo interrogare alcuni sospetti ed esplorare alcune porzioni di mappa alla ricerca degli indizi.

Detroit: una città all’avanguardia.

Sotto il profilo tecnico e artistico, Detroit è un titolo impeccabile. Il gioco sfrutta un sistema di illuminazione molto realistico, che si poggia su superfici e oggetti in modo naturale. Ma ciò che convince di più sono gli eccellenti modelli poligonali dei personaggi, davvero dettagliati, aiutati anche da una recitazione digitale degli attori, a dir poco sublime, fatta eccezione per qualche personaggio un po’ troppo stereotipato. Su PS4 la risoluzione è fissa sui 1080p, con qualche sporadico calo di frame rate, nelle sezioni più concitate. Su PS4 PRO invece, il titolo vanta una risoluzione 4K tramite checkerboard rendering e il frame rate è quasi sempre fisso sui 30.

Nessuna differenza, invece, per quanto riguarda il supporto all’HDR per chi possiede una TV compatibile con questa tecnologia.

Anche il doppiaggio in italiano e l’intero accompagnamento musicale (che spazia dal dramma all’elettronica) sono di primissimo ordine, essi contribuiscono appieno a rendere alcune sequenze davvero memorabili.

Grazie ad alcune sequenze, che ci concedono la possibilità di girovagare per le strade di Detroit, è possibile notare un lavoro di caratterizzazione degli ambienti ben riuscito. La città è molto tecnologica, persino i taxi, le strisce pedonali e le fermate degli autobus sfruttano le ultime novità tecnologiche. Sono anche presenti cinque negozi della Cyberlife, che mettono in vendita gli androidi, una particolarità che ho gradito particolarmente perché ci spiega il modo in cui si stanno diffondendo nella società.

Chiudiamo infine parlando della regia, che non ha nulla da invidiare ai migliori film. La telecamera è studiata in ogni singolo momento di gioco, e inquadra con estrema cura i dettagli più rilevanti dell’ambiente.

Detroit: Become Human è un titolo eccezionale, il migliore concepito dai Quantic Dream. Essi sono riusciti a raccontarci una storia semplice ma efficace, arricchita da tematiche importanti, molte di esse tutt’ora presenti nella società in cui viviamo. Ma il merito è soprattutto di Connor, Markus e Kara, che sono molto di più che dei semplici poligoni, tre personaggi riusciti appieno, in grado di instaurare un livello di empatia enorme con il giocatore, che farà di tutto pur di impedire la loro morte nelle scene più concitate. Permangono purtroppo alcuni problemi legati alla narrazione, cose di poco conto, ma che dimostrano una certa pigrizia da parte del team di sviluppo, che avrebbe potuto approfondire maggiormente alcuni tratti della storia, difetti che gli vengono subito perdonati, quando si scopre l’esistenza di tantissimi bivi narrativi, che oltre a spingerci a rigiocare più e più volte la storia, ci rende finalmente parte integrande di essa, siamo davvero protagonisti, e le nostre scelte modificano in modo radicale lo svolgimento della trama.

Valutazione di TopGamer
Detroit è un titolo che non vuole piacere a tutti i costi, non si sforza nemmeno di farlo. La struttura è rimasta la medesima di heavy Rain, quindi se questa tipologia di gioco non vi ha mai detto nulla, continuerà a lasciarvi indifferenti, se invece apprezzate il genere, questo è assolutamente il gioco che fa per voi.
PRO
  • Tecnicamente perfetto
  • I protagonisti
  • Sono presenti molti bivi narrativi
CONTRO
  • A volte la trama accelera eccessivamente
  • I finali
9/10
VOTAZIONE
Valutazione lettori
5,00/5
1 voti
Vota tu
1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars
Loading...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi