Ion Fury – Recensione della versione console

Il passato è un lustro temporale attrattivo. Ancora oggi, il ricordo di determinate produzioni si riserva altrettante possibilità di adattamento a un mercato in continua evoluzione e innovazione nel proprio comparto ludico. Non è mai semplice proporre quello che fu; almeno non ora, non con gli standard odierni e le metodologie utilizzate da parte delle […]

Scritto il 13.05.2020
da Nicholas Maurizio Mercurio
ion fury recensione

Il passato è un lustro temporale attrattivo. Ancora oggi, il ricordo di determinate produzioni si riserva altrettante possibilità di adattamento a un mercato in continua evoluzione e innovazione nel proprio comparto ludico. Non è mai semplice proporre quello che fu; almeno non ora, non con gli standard odierni e le metodologie utilizzate da parte delle case sviluppatrici.
Proponendo scelte non molto diversificate dal proprio stile originario, scegliendo accuratamente il Build Engine. Noto anche come BUILD, creato appositamente da Ken Silverman per alcuni titoli anni ’90 di cui hanno beneficiato alcune case sviluppatrici come 3D Realms. Non era null’altro che un’evoluzione completa del Wolfenstein Engine 3D, un suo miglioramento completo e avanguardista per quello che avrebbe formato l’intero panorama degli FPS.
Una storia curiosa, importante e che lascia sensazioni contrastanti che, letta ora, appare come una lode ulteriore al lavoro fatto dai ragazzi di Voldpoint nei riguardi di un’epoca fondamentale per gli FPS e per l’intera industria.
Una proposta non semplice, ma un lavoro semplice verso chi quei tempi li ha vissuti e non li ha mai dimenticati. Non un’operazione nostalgia priva di idee, ma una complessa rete comunicativa che urla quanto fossero belli gli anni ’90. Esaminare la versione console in ogni sua sfaccettatura, presa dal porting PC, è fondamentale per carpire quanto di buono è stato fatto per riproporre quei bei tempi andati.

Ion Fury, già uscito su PC nel 2019, ha il duro compito di rispolverare una parte importante di un passato che si rifaceva a Duke Nukem, come erede di un FPS puro e vivo nei primi anni ’90.
Il titolo, originariamente Ion Maiden, cambiato per una battaglia legale della band heavy metal Iron Maiden perché l’assonanza ne ricordava il nome, parte con un menù intuitivo e la diapositiva di una ragazza armata di pistola che attende di prendere alla sprovvista un uomo incappucciato.
Questo è il primo approccio con la protagonista del titolo: Shelly “Bombshell” Harrison, artificiere della “Global Defense Force”, incaricata di sgominare nidi di terroristi cibernetici armati di tutto punto all’interno di Neo DC, capitanati dal dottor Jadus Eskel, un fanatico dedito a un culto transumanista in vista di un’evoluzione della razza umana che prevede uno sforzo tecnologico e avanguardista per riuscire a farla diventare più forte, alla ricerca di una forma immortale e priva di emozioni per carpire ulteriormente una società ora dominata dal progresso.
La trama è precisa e lineare, capace di convogliare un’energia e dei messaggi propositivi a riguardo in un concetto sostanziale che trasuda esponenzialmente la lotta a un culto che vuole soggiogare chi non lo accetta.

La caratterizzazione di Shelly è similare al Duca tanto da renderla un suo omaggio palese.
Nei dialoghi trasuda la sua ironia e il sarcasmo di chi combatte contro un esercito di autonomi senza alcuna pietà, dominati da un concetto astratto che trasuda fanatismo e odio.
Non per niente, è una ragazza che utilizza armi non convenzionali durante l’intera narrazione. Riuscirà a procurarsele man mano che avanza e ognuna di esse avrà un utilizzo differente e specifico quando si troverà dinanzi un variegato manipolo di terroristi cibernetici.
A essere dominante, capace di strappare qualche sorriso, è la sua spiccata lingua lunga che schernisce chi uccide. Elemento che riprende, come detto precedentemente, il carattere fuori dagli schemi del Duca.

Gameplay e Meccaniche

Un FPS puro, in prima persona. Un’interfaccia semplice con vitalità e corazza a sinistra e a destra le munizioni delle armi, già vista in produzioni differenti come Wolfenstein 3D, Doom e Duke Nukem 3D. Un rimando al passato e al presente delle serie che ora hanno innovato i concetti stessi di FPS e gunplay, proponendo nell’ultimo periodo delle diversificazioni pur restando fedeli ai vecchi fasti.

Fluido nelle fasi shooter e mai ripetitivo o banale durante gli scontri, che dovranno essere studiati accuratamente soprattutto a una difficoltà elevata scegliendo coperture per evitare i colpi nemici.
Pad alla mano, i comandi di Ion Fury non si differenziano molto rispetto alle produzioni citate poco sopra. Con la nostra prova su Xbox One, abbiamo notato una comodità soprattutto quando l’azione si velocizza e diventa ancora più vivace, rapida e imprevedibile.
Muovere Shelly da una copertura all’altra, indirizzarla verso un nemico e colpirla con armi differenti che si raccolgono nel corso dell’esperienza sarà importante per non incappare in una trappola che porterebbe a morire.
Ogni arma proposta nell’esperienza ha un suo specifico utilizzo e un metodo esatto per annientare variegati tipi di nemici. Le poche, ma impegnative boss fight risultano la prova del nove, in tal senso: scegliere un approccio aggressivo non sarà sempre la scelta migliore, quindi si dovrà optare per una strategia diversa e pensare a che fare con le poche risorse a disposizione.

I modelli poligonali dei terroristi cibernetici non presenteranno grandi varietà in fatto di proposta, ma saranno muniti di armi differenti come Shelly, capaci di sgominarvi ed essere estremamente imprevedibili. L’IA di gioco, a un livello di sfida elevato, risulta estremamente ben delineata quando si tratta di presentarsi in momenti specifici dell’esperienza.
In quelli più concitati il videogiocatore dovrà pensare a un’alternativa per uscirne indenne. Ogni scontro prevederà tattiche e strategie diverse pur mantenendo una scorrevolezza in fatto di gunplay. Per affrontarle al meglio l’importante sarà guardarsi attorno e raccogliere munizioni, borse medicinali e diverse tipologie di corazze. Queste ultime saranno diverse tra loro. Alcune proteggeranno di più, altre di meno, ma non limiteranno il danno che Shelly riceverà.

Se una bomba di fuoco la colpirà, in automatico scenderà anche la sua vitalità oltre ai punti della corazza. In tal senso, sarà fondamentale pensare a una strategia completamente più accurata per non incappare in momenti capaci di portare alla sua morte.
Shelly potrà usufruire del proprio armamentario con scrupolosità. Come già scritto, partirà con una Revolver che potrà colpire bersagli multipli se premuto il tasto LT su Xbox One o L2 su PlayStation 4. Utilizzando sempre gli stessi, potrà trasformare il proprio fucile a pompa in un vero e proprio lanciagranate.
Ricalcando ulteriormente l’importanza delle armi con adeguatezza, sarà possibile utilizzarle anche da un menù di scelta rapida per scegliere quale sia la migliore opzione in quel momento.
In alcuni momenti dell’esperienza, potranno essere utilizzati dei potenziamenti come un aumento della potenza di fuoco e della rapidità come già visto in Doom per non essere bersagliati dalle torrette nemiche.

Il videogiocatore dovrà esplorare ogni sezione con estrema cura per trovare corazze adeguate agli scontri, oltre alle borse medicinali e alle munizioni, che non saranno mai infinite e finiranno a causa del loro utilizzo continuo. Spesso non se ne avranno abbastanza, si dovrà pensare a un’alternativa e a utilizzare quello che si ha per sopravvivere.

Un’ambientazione retrò tutta da guardare e ascoltare, tra un tecnicismo e l’altro…

L’impianto grafico, come già sottolineato precedentemente, monta un Build Engine che vitalizza i colori cromatici delle sezioni che il videogiocatore esplorerà durante l’esperienza.
Non appesantisce ulteriormente l’impatto visivo, poiché la rapidità di movimento di Shelly riesce a delinearsi in maniera adeguata attraverso le sezioni. Il level design è ben amalgamato e strutturato, complice anche la diversificazione degli ambienti che vengono palesati soprattutto all’inizio dell’avventura.
Spesso sarà fondamentale aprire delle porte con dei badge che si otterranno grazie alla propria esplorazione, che non è mai fine a se stessa e rende completamente variegato l’intero sistema ludico.
All’interno dei vari livelli sarà possibile raccogliere dei segreti inerenti alla narrazione di Ion Fury.

ion fury

A causa probabilmente del porting da PC a console, Ion Fury è vittima di alcuni freeze e crash improvvisi che riporta il videogiocatore alla dashboard. In diverse occasioni, è capitato che le criticità fossero concentrate in qualche dato di salvataggio: una contromisura adeguata potrebbe essere utile, se non altro per non compromettere la trama di gioco. Sul lato dell’ottimizzazione si avvertono dei rallentamenti causati da alcuni imponenti cali di framerate.
Auspicando che questi problemi possano essere risolti con una patch risolutiva, utile soprattutto per non incorrere a istanti di smarrimento durante la scelta dei salvataggi, non si può affatto soprassedere, anche e soprattutto per un titolo che si presta a essere un erede di un titolo storico come Duke Nukem.

Il comparto sonoro è soddisfacente considerate le esplosioni e i rumori dei proiettili. Le composizioni musicali, dei veri rimandi al passato, riescono a convincere soprattutto per intensità durante i momenti più concitati.

Il pensiero dell’autore: Nicholas

Ion Fury è un titolo volutamente retrò, vecchio e con meccaniche antiquate che si propongono a un pubblico che ha vissuto istanti mirabolanti durante la sua formazione, al suo primo approccio coi videogiochi.
Va tenuto in considerazione questo per determinare una riflessione sull’impianto ludico, che non innova ma ricalca fedelmente ciò che fu Duke Nukem, Wolfenstein e Doom mantenendo il sistema grafico BUILD, il quale viene comunque proposto con estrema cura al dettaglio soprattutto in determinate sezioni ambientali, che ricordano vagamente quel uni-cromatismo tanto caro a chi lo riconosce subito all’occhio.
Pur mantenendo quel tono nostalgico, volutamente retrò per spezzare l’egemonia di una generazione che ha visto molti motori grafici sfidarsi tra loro, a quello di Ion Fury non importa di sorprendere o lasciare un’impronta significativa nell’industria o nell’arte videoludica. Non è un titolo che pretende, altrimenti non riproporrebbe le medesime meccaniche del passato.

ion fury

A cozzare grandemente è la narrazione. Lineare, non troppo esagerata. Perde il mordente a metà dell’avventura quando il sarcasmo frantuma il suo spessore e diviene un’ombreggiatura a un sistema ludico comunque convincente, capace di divertire ulteriormente nelle sue nove ore di gioco se completato a una difficoltà minore. Per completare ulteriormente l’esperienza in fatto di obiettivi o trofei, ce ne vorranno almeno quindici se affrontato con una difficoltà elevata.

Shelly resta un bomba a orologeria armata fino ai denti per contrastare dei terroristi cibernetici pronti a distruggere il progresso raggiunto e ad arrivare a uccidere innocenti pur di stabilire una qualità alla razza umana che appartenga a pochi, come un premio alla lotteria.
Come spesso ribadito dallo stesso dottor Eskel, l’unico modo per ripulire l’umanità è impiantarsi la tecnologia avanzata raggiunta con fatica da parte dell’umanità divenendo delle macchine e rinunciare ai propri sentimenti.
Una contestualizzazione non di certo nuova, ma trattata senza mezzi termini e con sicurezza. Lo si comprende subito dal primo approccio al titolo, quando quegli uomini incappucciati tenteranno di uccidere Shelly per impedirle di avanzare nella sua strada lastricata di metallo, morte e sangue, in pozze di liquido corrosivo e acqua salmastra.

La progressione interna alla narrazione è limitativa a causa della scarsa varietà dei modelli poligonali dei nemici. Alla lunga questa linearità diverrà quasi limitante e sbrigativa, ma non è una critica: come già scritto precedentemente, è un titolo retrò perché ha deciso di vestirsi in questo modo.
Non indossa un abito di pretenziosità, ma ora, nel 2020, è inadeguato per degli standard che non andrebbero ricalcati, ma migliorati pur mantenendo un motore grafico storico e d’autore come lo è stato il BUILD nei primi anni ’90. Una considerazione coraggiosa, la mia, nei confronti di un prodotto che ha comunque un lato positivo per niente secondario: il rispetto nei confronti del passato.

In conclusione…

Ion Fury non è un titolo per tutti, e per svariati motivi. Si propone a diverse frange di persone che hanno vissuto un motore grafico storico e d’autore, su cui ancora oggi si guarda con rispetto per quanto ha manifestato durante gli anni ’90, prima e dopo Half Life.
Mantiene alta l’asticella dal punto di vista ludico, a cui ho sorriso più volte perché si tratta di un’esperienza che si prende l’onere di far rivivere degli istanti importanti degli FPS e la loro evoluzione. Un gioco su cui mettere le mani per approfondimento storico quanto per attendere, poi, una produzione più blasonata.

Valutazione di TopGamer
Ion Fury è uno sparatutto pubblicato su PC nel 2019, sviluppato da Voldpoint e pubblicizzato da 3D Realms.
PRO
  • - Un impianto ludico che ricorda Wolfenstein e Duke Nukem
  • - Un'operazione capace di far interagire i videogiocatori con un passato imponente dal punto di vista grafico
  • - Una trama ben raccontata...
CONTRO
  • - Ottimizzazione troppo superficiale
  • - Un porting da rivedere se si vuole portare in maniera adeguata su console
  • - ... Che, alla fine, risulta estremamente lineare
7.5/10
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