Lost in Space – recensione della serie Netflix

Il nome “Robinson” della famiglia spaziale apparsa in TV nel 1965 – tornata poi al cinema nel 1998 – prende il suo nome non dalla sit-com degli anni ‘80 con Bill Cosby (tralasciando le sue ultime vicende personali), che tutti abbiamo amato terribilmente, bensì, come è più ovvio, dal naufrago Robinson Crusoe, come a racchiudere […]

Scritto il 30.04.2018
da Simone S. Marcocchi


Il nome “Robinson” della famiglia spaziale apparsa in TV nel 1965 – tornata poi al cinema nel 1998 – prende il suo nome non dalla sit-com degli anni ‘80 con Bill Cosby (tralasciando le sue ultime vicende personali), che tutti abbiamo amato terribilmente, bensì, come è più ovvio, dal naufrago Robinson Crusoe, come a racchiudere nel nome, l’intrinseco destino della famiglia stessa (i latini avrebbero detto nomen omen).

Il nuovo adattamento per la piattaforma Netflix, che suddivide la trama in dieci episodi, rivede moltissimi dei canoni classici della storia originale, infilando a logica molti elementi di modernità sia tecnologica, sia di interpretazione di una fantascienza più plausibile, unita a motivazioni adattate ai grandi problemi di attualità, sia fisici che psicologici. Ecco quindi che come da canone di grande attualità, i due genitori, storicamente indissolubilmente legati da “amore eterno”, iniziano il loro viaggio da “separati in casa”, uniti per l’occasione solo per il bene dei figli e per il successo della missione, che altrimenti non li avrebbe scelti, con lo scopo di fuggire da un pianeta morente per proseguire la colonizzazione di un nuovo mondo, già avviata anni prima.

Qualcosa va storto, come l’incipit originale, la famiglia che si trova a bordo di una delle navette Jupiter, precipita su un pianeta sconosciuto, mentre a bordo della nave madre “qualcosa” ha provocato il disastro che porta alla fuga sull’astronave dei Robinson. Ecco quindi che l’isola del romanzo di Daniel Defoe diventa un pianeta intero. La squadra al completo ha il compito di risolvere le problematiche a cui andranno incontro, ma non sono degli sprovveduti, ciascuno infatti, nonostante la giovanissima età, è ben più che preparato al proprio compito, dal medico, all’ingegnere, addestrati per sopravvivere, ma soprattutto forgiati per poter risolvere qualunque problema venga loro sottoposto, grazie alla logica e all’altissima preparazione dei membri alle varie discipline del sapere.

Il pianeta però non è solamente alieno, anche se forse sarebbe più logico dire che lo siano loro, nonostante la piacevole impressione di condizioni climatiche molto simili a quelle terrestri, ma su di esso incontreranno una flora, ma soprattutto una fauna, molto diversa da quella del loro pianeta natale e con i quali dovranno venire prestissimo a patti, per evitare di finire molto male.

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Non sono soli.
I Robinson troveranno presto altre famiglie che, come loro, hanno sfruttato le escape-pod e sono riuscite in qualche misura ad effettuare un atterraggio di fortuna. Anche altri canoni sono stati rivisti, come lo storico robot di Will – di cui non vi parlerò in quanto sarebbe uno spoiler -, ma che ben si intreccia nella trama generale, con aspetti che legano la creatura al ragazzo e che apre a zone grigie che porteranno l’osservatore a credere e a dubitare spesso delle intenzioni del robot stesso.

Fatta eccezione però per quest’unico aspetto, il grandissimo, enorme, problema di Lost in Space è da ricercare nella sua scrittura. La sceneggiatura è davvero debolissima e si basa interamente sempre sugli stessi clichè in cui si presenta un problema insormontabile e la soluzione arriva all’ultimo minuto dell’episodio. Il problema però non è nella natura stessa della trama, ma nel modo in cui viene gestita. Nella metà degli episodi i protagonisti si ritrovano intrappolati in qualunque elemento naturale (ghiaccio, deserto e fango), con il solo scopo di creare una situazione in cui aprire un flashback e parlare del loro passato; nel 90% dei problemi poi la soluzione o le motivazioni che spingono a trovarne una sono quasi sempre delle assurdità da facepalm, perché probabilmente nessuno sceglierebbe di prendere decisioni così idiote e, nonostante tutto, trovare una scappatoia. Tenete anche conto che, senza spiegare nulla della trama, l’intera vicenda che vede coinvolti i sopravvissuti poteva essere risolta in un episodio, ma a nessuno viene in mente di fare la cosa più ovvia, salvo forse allo spettatore, che si domanda chi possa aver scritto delle cose così aberranti.

Per quanto sia piacevole l’interpretazione degli attori, nonostante gli enormi buchi della trama o la banalità dei dialoghi, non si arriva mai a scavare troppo nelle vite dei personaggi stessi, restando sempre ad un livello epidermico, come se effettivamente non interessasse così tanto, da parte degli sceneggiatori, lasciar scoprire qualcosa di più degli stessi. Il tutto poi è condito da esagerazioni in ogni singola situazione, accettabili in una vena di comicità involontaria – nemmeno fosse The Orville, la cui recensione potete leggere qui -, ma se il vostro scopo è quello di spegnere il cervello e godervi uno “spettacolino” condito con buoni effetti speciali, allora dategli una possibilità.

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