The Rain – recensione

In un futuro-presente, collocato in una Danimarca che ha perso i tipici colori pastello dei paesaggi scandinavi, il tetro grigiore di un opprimente manto di pioggia che ammanta il cielo, diventa il protagonista della nuova serie apparsa di recente su Netflix. La pioggia tocca tutto e tutti e diventa il medium virale in grado di […]

Scritto il 09.05.2018
da Simone S. Marcocchi


In un futuro-presente, collocato in una Danimarca che ha perso i tipici colori pastello dei paesaggi scandinavi, il tetro grigiore di un opprimente manto di pioggia che ammanta il cielo, diventa il protagonista della nuova serie apparsa di recente su Netflix. La pioggia tocca tutto e tutti e diventa il medium virale in grado di sterminare chiunque ne venga a contatto. A qualcuno, pochi voglio sperare, verrà in mente un film del 1998 Pioggia Infernale, una pellicola talmente brutta da meritare l’oblio, ma in questo caso non ha proprio nulla a che vedere con l’argomento.

Se non sono zombie, che siano post-apocalittici” questo probabilmente è il pensiero che galleggia nella mente di tantissimi sceneggiatori, pronti a sbarcare sulla piattaforma di streaming più famosa al mondo. Se da una parte ci sono stati piacevoli viaggi nel mondo della follia, come The OA – le cui riprese per la seconda stagione sono iniziate all’inizio di quest’anno, quindi non temete che tornerà -, è comunque idealmente piacevole immaginare autori che non siano solamente inglesi o americani. In un crogiolo di culture diverse, considerando che l’Italia si è presentata con la bellissima serie Gomorra, abbiamo visto della buona fantascienza anche dai nostri vicini tedeschi con Darkdi cui vi ho parlato in questa occasione -. The OA e Dark sono state in grado di mescolare realtà, immaginazione, ciò che il pubblico può pensare che sia, e non è, con l’esatto contrario, andando a creare un gioco di ruolo con la fantasia dell’osservatore, che non sempre viene premiato per la sua dedizione, ma ne ottiene comunque il merito di un viaggio molto piacevole.

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The Rain però non rientra strettamente nella categoria di cui sopra. La sua logica è quella di mostrarci una fine del mondo che non ha molti dettagli che appartengano solo a sé, rubando in modo spesso troppo poco acuto dalla concorrenza, per creare situazioni anche fin troppo telefonate, ma più di tutto, lì dove continua a scivolare, è propria la sceneggiatura. La trama infatti, curiosamente, nei primi dieci minuti ci illustra almeno dieci assurdità che non solo non avrebbero mai senso nella vita reale, ma nemmeno in quella immaginaria che ci vogliono far credere. Senza darvi nemmeno il più piccolo spoiler, tenete conto che il fratellino Rasmus in pochissimo tempo arriverà a dimostrarsi una delle figure più odiate di sempre in una serie tv – cose che nemmeno Joffrey Lannister può arrivare ad essere -. Anche la sorella, a caso e senza senso, riesce a commettere da subito un’atrocità di cui poi non sembra nemmeno pentirsi troppo.

Non è però soltanto questo il problema, nei fatti l’interpretazione degli attori che strizza l’occhio al cinema americano nei tempi e nei modi di raccontare la storia, riesce ad evidenziare una qualità eccellente sul fronte tecnico – per non parlare della bellissima colonna sonora -, ma una scarsissima capacità recitativa, unendo il tutto da tratti caratteriali e background dei personaggi, in stile Lost o The Walking Dead, che trascendono dalla drammaticità estrema alla comicità involontaria di situazioni sempre troppo forzate.

Difficilmente la metterei in cima alle mie serie preferite, tenendo conto che i paradossi accompagnano i protagonisti fino alla fine, dove il climax non trova pace in un finale coerente, per quanto sia ovvio che resti apertissimo, come da tradizione di queste serie, rimanendo ancorati a cliché di esternazioni e cambi d’umore sfilacciati dalle situazioni e poco coerenza complessiva. Ho trovato, forse, nel finale, il sopraccitato Rasmus come unica figura che ha compiuto un’evoluzione di spessore e di grande originalità, il resto è intrattenimento da due soldi – a proposito, per restare in tema di qualità, avete già letto la mia recensione di Lost in Space? -, anche se in questo, per quanto il budget fosse sicuramente alto, non è paragonabile con quello della famiglia Robinson, ma entrambi non riescono a convincere.

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