Black Mirror 4×3 Crocodile – recensione

So cosa hai fatto! Introduzione shock con la citazione del film del 1997 che è stata sfruttata e rivisitata in varie misure, ma in questo caso la logica è decisamente diversa, anche se non del tutto. Un errore, neanche piccolo, diventa un tarlo che dilaga nella mente di chi ha fatto una cosa terribile, ma […]

Scritto il 04.01.2018
da Simone S. Marcocchi

So cosa hai fatto!

Introduzione shock con la citazione del film del 1997 che è stata sfruttata e rivisitata in varie misure, ma in questo caso la logica è decisamente diversa, anche se non del tutto. Un errore, neanche piccolo, diventa un tarlo che dilaga nella mente di chi ha fatto una cosa terribile, ma sarà in grado di sopportare questo ricordo?

Un gioco ad incastri, ma più ancora un effetto domino. Immaginatevi la regola del caos, un evento scatenante prova reazioni agli antipodi. In un costante contrasto “chi ha fatto cosa e perché?”, i due protagonisti, uniti nel prologo prendono strade diverse, ma soprattutto devono decidere in che modo venire a patti con sé stessi. Ma ancora di più, è come se ciascuno di essi seguisse il corso di un fiume che parte a monte e li fa diventare ciò che in realtà dentro di loro sono sempre stati, enfatizzando la loro psiche con un elemento scatenante.

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Un episodio che può essere annoverato tra quelli polizieschi, ma anche un thriller, con un flusso di eventi che portano ad un climax che purtroppo non c’è e nella migliore arte di Black Mirror mi sarei aspettato un epilogo diverso. La narrazione è stata creata ad arte, con una serie di fatti che fanno da incipit che vengono poi continuamente smembrati e ricostruiti per mettere insieme i pezzi del puzzle, con quel guizzo finale che esalta uno scheletro narrativo creato creato per sfociare in un climax da giallo alla Agatha Christie.

C’è molto del regista Brian De Palma nella ricostruzione dei fatti e nell’indagine che ripercorre i passi degli eventi da parte di un’improvvisata investigatrice. Quest’ultima sfrutta uno strumento di analisi che sembra uscire da Blade Runner, con un “salva schermo” che riproduce una specie di Snake, gioco iconico ai tempi dei Nokia di inizio secolo.  Più di tutto però è il titolo ad essere davvero azzeccato. Perché se è l’effetto domino, di cui parlavo appena sopra, ad essere lo svolgimento, la sintesi perfetta è proprio quella di un coccodrillo nella sua duplice accezione, ovvero quella in senso stretto dell’animale e quella sfruttata dagli “umani” per ripercorrere gli eventi.

Non è da escludere che probabilmente al notissimo scrittore Philip K. Dick questo episodio sarebbe piaciuto tantissimo, se il suo Blade Runner è stato preso in prestito per un solo strumento, non si può non vederci alcuni degli elementi chiave di Minority Report. I toni di un’indagine diametralmente opposta, che sfrutta alcuni degli espedienti che permettono di seguire i fatti e di guardare, attraverso una finestra nell’anima di chi un crimine lo ha già commesso. Ci sono i toni amari e le algide ambientazioni che si riflettono negli occhi gelidi di chi è disposto a fare di tutto per mantenere il controllo… ma nessuno in realtà ce l’ha.

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