Black Mirror 4×4 Hang the dj – recensione

Immaginate l’umanità sopravvissuta dopo un’ecatombe. Potrebbe essere che i pochi sopravvissuti si siano rifugiati in un atollo paradisiaco, al riparo, in salvo e al sicuro? No, in realtà non avete questa convinzione, ma qualcosa dentro di voi suggerisce costantemente che ci sia qualcosa che non funzioni intorno all’area super recintata dei protagonisti. Qualunque cosa loro […]

Scritto il 05.01.2018
da Simone S. Marcocchi

Immaginate l’umanità sopravvissuta dopo un’ecatombe.

Potrebbe essere che i pochi sopravvissuti si siano rifugiati in un atollo paradisiaco, al riparo, in salvo e al sicuro? No, in realtà non avete questa convinzione, ma qualcosa dentro di voi suggerisce costantemente che ci sia qualcosa che non funzioni intorno all’area super recintata dei protagonisti. Qualunque cosa loro stiano vivendo però non è mai un dramma, in senso stretto, almeno non devono sopravvivere in stile mondo-post-apocalittico come abbiamo conosciuto nella serie videoludica Fallout, ma non è mai del tutto piacevole stesso.

Gli abitanti di questa terra, apparentemente perfetta, vivono relazioni diverse, in continuazione, come una specie di test per trovare l’anima gemella, ma è effettivamente così facile? Quali sono i meccanismi che regolano l’alchimia alla base di un rapporto sentimentale? Meglio la perfezione, l’imperfezione, la simpatia, l’estetica, quale può essere il legame perfetto e in che modo scatenare l’evento che permette questa unione.

L’IA del dispositivo portatile, che tutti gli abitanti devono avere con sé, ricorda vagamente GLaDOS di Portal, ma assumerà prestissimo connotati molto diversi. Potreste immaginare che sia come in The Island, ma anche una punta di Wayward Pines, perché non riuscite a comprendere l’origine di queste vite e nemmeno se sia possibile o logica una fuga da questo luogo.

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Ciò che è alla base di questo episodio è una sorta di rivisitazione del classico concetto del “filo rosso” che lega le persone in modo invisibile, ma quasi indissolubile, ma non si ha mai la certezza di chi ci sia legato a noi dall’altra parte del capo. I protagonisti ne sono in parte atterriti, ma molto più probabilmente si sono adattati ad una vita in cui qualcuno prestabilisce per loro cosa fare e come farlo e tutto questo diventa realmente un problema solo nel momento in cui vogliono, o meno, ribellarsi ai diktat dell’IA (e ancora c’è un’intelligenza artificiale o un Mago di Oz che muove questi fili? ndr).

In pratica sembra essere una versione moderna di Orfeo ed Euridice in cui però l’uno e l’altra sono in costante fuga dalla vita o dagli inferi, con la paura di diventare entrambi statue di sale o di scoprire cosa ci sia dietro le macchinazioni e l’ordine di chi comanda loro ciò che devono fare in quel momento.

L’epilogo in questo caso è davvero originale, forse il migliore dell’intera stagione, il climax ribalta in qualche modo le varie premesse, che a loro volta hanno cambiato in svariati modi la visione dello spettatore sui dubbi che vengono fugati o dalla fantasia che stimola l’osservatore a porsi domande a profusione, senza venire a capo del mistero, fino a quando, alla fine, si comprende tutto.

Sicuramente un episodio surreale, forse maggiormente superficiale, con la fantasia di chi guarda che viene costantemente solleticata, ma solo a livello epidermico e non giunge mai ad istigare dei fili che muovono leve interiori di maggior coinvolgimento emotivo.

Ricordatevi che tutto avviene per una ragione!

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