Dark: I Segreti di Winden – recensione

“Pazzesco, dimmi come hai fatto?” “Il segreto non è come, papà, ma quando…” Su Netflix arriva a sorpresa una storia corale che tratta da vicino la piccola comunità di Winden. Le vite frammentate di queste persone sono apparentemente comuni, ciascuno vive la propria quotidianità, tra vizi, peccati e una normalità alla quale siamo più o […]

Scritto il 09.01.2018
da Simone S. Marcocchi

“Pazzesco, dimmi come hai fatto?”

“Il segreto non è come, papà, ma quando…”

Su Netflix arriva a sorpresa una storia corale che tratta da vicino la piccola comunità di Winden. Le vite frammentate di queste persone sono apparentemente comuni, ciascuno vive la propria quotidianità, tra vizi, peccati e una normalità alla quale siamo più o meno abituati tutti, ma ben presto lo spettatore si rende conto che c’è qualcosa di strano e di diverso.

Già la sigla infatti suggerisce una logica speculare di storie che avvengono in ambiti temporali diversi, con un andamento che collega in qualche modo il passato e il presente, uniti da fili invisibili, nel tentativo di prendere possesso delle proprie esistenze e da un destino beffardo che in qualche modo sembra farsi gioco della volontà dei singoli, per quanto in realtà sia perfettamente adeso alle loro scelte.

Per quanto sia diametralmente opposto suggerisco anche la visione di The OA, altra serie Netflix che si è ritagliata una discreta fetta di appassionati, con una sola stagione (al momento non si parla ancora di seguiti) che è stata in grado di catalizzare l’attenzione sugli universi paralleli, follia e realtà, ma nel caso di Dark si vogliono tracciare linee maggiormente scientifiche.

La parte più curiosa, di chiunque tratti i wormhole o più tecnicamente i ponti Einstein-Rosen è l’inutile analogia con i “buchi neri”, che possono trovare analogie nelle loro funzioni intrinseche, ma sono realtà totalmente distinte che non ha senso collegare tra loro. Inoltre ogni medium che tratta la logica dei viaggi del tempo tratta il tempo come lineare, anche nel momento in cui dice di non volerlo fare. Nel più patetico dei motivi che spingono uno script a dirmi che se modifico il passato, influenzo in modo diretto il futuro e non un universo parallelo in cui le cose differiscono sul piano pratico, cade totalmente la logica che si vuole far approvare e sono espedienti di uso comune, quindi il pubblico ha ormai quella maturità e competenza

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che ha poco senso offendere sempre per quella volontà di pseudo-imitare Ritorno a Futuro.

“Ho avuto un deja-vu. La luce, il bosco, tutto è come se lo avessi già vissuto.”

Fatta questa premessa, al netto di un pilot esplosivo, un difetto che non sia, come sopra, legato alle scelte che (comunque le si voglia vedere) giocano maggiormente sulle illusioni e la fantasia, i dieci episodi complessivi risultano piacevolmente gustosi. Il tedio dello spettatore è forse un’esagerata caratterizzazione dei personaggi, con dettagli oggettivamente inutili, che fanno in parte perdere il filo narrativo, che sarebbe potuto essere svolto in almeno la metà degli episodi proposti. In tanti hanno pensato a Stranger Things per alcuni elementi (la scomparsa dei personaggi, il lore, ecc.), ma non ha alcun senso il paragone, al contrario lo stile d’indagine, la colorazione autunnale in post-produzione e le tematiche suggeriscono una curiosa via di mezzo tra Twin Peaks e X-Files. Per quanto si senta in modo fortemente accentuato la mancanza di personaggi memorabili di grandezza e di indagatori di spessore, la consecutio temporum (è proprio il caso di dirlo) costringe tutti a diventare detective, con giovani attori che spesso rubano la scena ai colleghi più anziani.

Gli anni ‘80 hanno le classiche icone del vestiario/pettinature particolarmente iconiche, ma in questo caso si punta il faro su un’idea molto europea del post-Chernobyl e le piogge acide, quindi particolarmente originale, per quanto si voglia poi scadere nei luoghi comuni dei giovani che se hanno un Amiga 500 sono sfigati e fuori dal mondo. Indubbiamente la serie pone l’accento sul “male dentro”, tutti guardano quella voragine oscura di Nietzsche e nessuno ne esce indenne. In una scena compare anche il videogioco The Surge, gioco esistente, ma in modalità unicamente e totalmente single-player, che ci viene mostrata sia in multiplayer e perfino in splitscreen, ma tutto questo non esiste (sarà solo in una realtà parallela? ndr).

Una prima stagione che attinge a piene mani alle idee di Cloud Atlas, ma le reinventa con uno stile originale, come se fosse un quadro di Escher in cui non ci sia modo di scappare da labirinto racchiuso in un loop; come se i protagonisti fossero racchiusi in un “otto”, tornando sempre sui propri passi e ricominciando all’infinito.

“Succederà di nuovo, succederà di nuovo, succederà di nuovo…”

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